La fatica di accettare di essere amati

C’è una fatica sottile, spesso taciuta, nell’essere amati. Non tanto nell’amare, che porta con sé il movimento, il desiderio, perfino una certa padronanza, ma nel lasciarsi raggiungere da ciò che l’altro prova per noi.
Essere amati espone. E non perché l’amore sia pericoloso in sé, ma perché chiama in causa un punto delicato della nostra storia: la misura. Quanto amore posso tollerare senza sentirmi invaso? Quanto riconoscimento posso accogliere senza doverlo svalutare o restituire? Quanto “bene” riesco a sopportare senza sospettare che, prima o poi, verrà ritirato?
È qui che l’“abbastanza” diventa una parola chiave. Non un ripiego, non una mediocrità affettiva, ma un punto di equilibrio che, come nelle buone ricette, non è mai casuale. Troppo poco amore lascia inappagati, conferma antiche mancanze. Troppo amore, o meglio, un amore vissuto come eccessivo, può generare diffidenza, attivare difese, spingere a sabotare proprio ciò che si desiderava.
La psicoanalisi ci mostra che non amiamo (né ci lasciamo amare) nel vuoto, ma a partire dalle tracce lasciate dalle prime relazioni. Se, in quelle esperienze originarie, l’amore è stato incostante, intrusivo o condizionato, è probabile che anche da adulti faticheremo a riconoscerlo quando si presenta in una forma più stabile. Non perché non lo vogliamo, ma perché non ci è familiare.
Così può accadere qualcosa di paradossale: cerchiamo amore, ma quando arriva lo mettiamo alla prova, lo ridimensioniamo, o lo teniamo a distanza. Come se dentro di noi ci fosse un “dosatore interno” che regola la quantità di affetto accettabile. E tutto ciò che supera quella soglia viene percepito non come nutrimento, ma come eccesso.
Accettare di essere amati implica allora un lavoro psichico non banale: riconoscere i propri limiti di tolleranza affettiva senza scambiarli per verità assolute. Significa interrogarsi su cosa, in noi, definisce quell’“abbastanza”. È davvero una misura attuale, o è il residuo di antichi equilibri costruiti per sopravvivere?
Forse crescere, da questo punto di vista, non significa imparare ad amare di più, ma permettersi di ricevere di più. Allargare gradualmente quello spazio interno che può accogliere l’altro senza sentirsi minacciato, sperimentare che un amore costante non è necessariamente un preludio alla perdita, ma può essere, semplicemente, presenza.
E allora quell’“abbastanza” smette di essere una difesa e diventa una conquista: la capacità di stare dentro una relazione senza doverla ridurre né idealizzare.
Come nelle buone ricette, non si tratta di aggiungere sempre qualcosa, ma di trovare, ogni volta, la giusta misura per sé.

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