La memoria come madre

“La memoria è madre dei ricordi.”
Non è solo una frase ben riuscita, ma una verità che si verifica ogni giorno, se si ha l’abitudine di ascoltare.
Un ricordo, per restare vivo, deve essere stato raccontato più di una volta. Deve aver trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo. Un po’ come le poesie che imparavamo a memoria da ragazzi. All’inizio sembravano estranee, faticose, poi, a forza di ripeterle, prendevano posto dentro e restavano.
Succede lo stesso con i ricordi dell’infanzia. Perché lascino traccia, serve che qualcuno li abbia accolti, dicendo, magari senza enfasi: “Raccontami. Racconta com’è andata oggi, fallo ancora, fallo meglio”.
Quando questo invito manca, il ricordo fatica a sedimentarsi. Non perché non sia accaduto nulla, ma perché non ha trovato una forma. E allora, col tempo, si perdono cose che avrebbero potuto restare: il nome di un compagno delle elementari, un gioco inventato in cortile, un volto importante per un tratto breve di strada.
Per molto tempo, questo lavoro lo hanno fatto le madri, a volte anche senza rendersene conto. Raccontando ai figli, ma anche raccontandosi tra loro. Al mercato, per strada, nei cortili. Le storie dei bambini circolavano, si intrecciavano come una rete narrativa quotidiana, che funzionava.
Penso spesso alle poesie di Pascoli. L’aquilone, per esempio. Le imparavamo a memoria, spesso controvoglia. E poi, anni dopo, senza sapere come, riaffiorano.
Un verso, un’immagine. Come se fossero rimasti in tasca, dimenticati, ma disponibili.
Non spiegano nulla, eppure fanno compagnia. Ci tengono legati a una lingua, a un ritmo, a qualcosa che ci precede.
Oggi mi dicono che a scuola si impara sempre meno a memoria. Poca poesia, quasi nulla. È un peccato. Non perché si debbano accumulare versi, ma perché si perde un esercizio fondamentale: allenare la mente a trattenere. A dare tempo alle parole di fare casa dentro.
Ricordare non è solo conservare, ma dare senso. È permettere alle cose belle di non passare del tutto. In un mondo che spinge sempre in avanti, fermarsi a ricordare è un gesto controcorrente. Non eroico, ma gentile.
E poi c’è la lingua, la nostra, che in questo lavoro di memoria accompagna, sostiene, custodisce. Non serve dirlo con orgoglio. Basta usarla bene e lasciarle fare il suo mestiere.

Contrassegnato da tag

Lascia un commento