Non c’è nulla di più fragile della perfezione. Nulla che si consumi più in fretta. La perfezione, quando compare, sembra splendida, luminosa, promettente. Ma dura poco, proprio perché non ha corpo.
La realtà, invece, è determinata. Le cose occupano spazio. Un tavolo è lungo quanto è lungo, largo quanto è largo. Non può espandersi all’infinito. I corpi hanno limiti, i tempi pure. I movimenti accadono entro confini precisi. È questa determinazione che rende il reale abitabile.
La perfezione, al contrario, appartiene all’indeterminato: è sconfinata e ideale. Come tutto ciò che è senza confini, non regge l’urto con il mondo. Essa ha diritto di esistere, certo, ma nel luogo giusto come nel sogno a occhi chiusi e non nella pretesa che il reale si conformi a lei.
Quando questo confine non viene rispettato, ci si fa male. Nella realtà la perfezione non esiste e ciò lo si può dire in molti modi, anche in modo molto semplice.: “Il mio regno non è di questo mondo.” Detto così, senza teologia, è un promemoria clinico potente.
Lo vediamo spesso nelle relazioni che si accendono all’improvviso. All’inizio tutto sembra perfetto. L’uomo perfetto. La donna perfetta. L’incontro giusto, finalmente. Poi, con la stessa rapidità con cui si sono accese, queste relazioni si consumano. Non perché manchi la bellezza, ma perché viene sottoposta a un’usura implacabile.
Chi consuma così in fretta il sogno? Spesso è un Super-Io lento e invidioso che non arriva di colpo, ma a piccoli passi. Dice: “È tutto qui?”. “Ma non doveva essere perfetto?”. “Avevi detto che era diverso”. E allora si passa oltre. Un’altra persona, un altro incontro, un altro inizio. Sempre un po’ meno luminoso del precedente.
È una fuga continua, non perché si cerchi il male, ma perché si pretende l’assoluto. E l’assoluto, nel reale, non si dà.
I sogni sono fragili quando chiediamo loro di essere materia. Sono bolle di sapone. Bellissime, sì. Ma non fatte per durare sotto pressione. Quando questo viene riconosciuto, qualcosa cambia: al posto della perfezione controllata e onnisciente può emergere una coscienza più sobria. Una coscienza che pesa.
Il pensiero è una bilancia e non a caso diciamo soppesare, ponderare. È un gesto che immagina due piatti: nulla pesa da solo. Ogni qualità acquista valore in relazione al suo limite e ogni virtù convive con un difetto che non annulla il valore.
Quando impariamo a pensare così, le cose smettono di consumarsi così in fretta. L’amore non crolla al primo urto, la bellezza non viene distrutta da una crepa, il sapere non si vergogna di non essere totale.
C’è un vecchio modo di dire, in dialetto, che tradotto suona un po’ storto: ognuno ha i suoi difetti. È una frase semplice, quasi banale. Eppure dice una cosa essenziale: nulla è assoluto. Né il difetto, né l’amore, né la bellezza. E forse è proprio per questo che possono durare.