Quando la violenza chiede di essere guardata

Riflessioni sugli scontri e le devastazioni in centro a Milano, Torino e Bologna di sabato 17 Ottobre

Le immagini di quelle piazze devastate fanno male, e il primo gesto è giusto: condannare. Distruggere, colpire, spaventare non è mai una risposta accettabile. Eppure, guardando quei filmati, mi è rimasta addosso un’altra cosa, che non cancella la condanna e che sento di dover dire.

Ho visto ragazzi che si davano man forte, che si incitavano, che nel branco sembravano finalmente sentirsi qualcuno. Tra loro c’erano anche dei minorenni. Viviamo un’epoca in cui la solitudine pesa moltissimo, soprattutto sui più giovani. L’adolescenza è il tempo in cui si cerca di capire chi si è, a partire dallo sguardo degli altri. Quando quello sguardo manca, o non si riesce a sentirlo, il gruppo diventa il luogo in cui sentirsi finalmente qualcuno. Freud osservò che nel gruppo l’individuo affida il proprio giudizio a un ideale comune e si sente più potente, meno solo e meno responsabile. Per chi si sente invisibile è un sollievo enorme: il vuoto per un attimo si riempie, e l’esaltazione di far parte di qualcosa vale più della paura delle conseguenze.

In clinica impariamo che ciò che non riesce a diventare parola tende a diventare azione, e a quell’età la parola è ancora una conquista fragile. Quando il dolore non trova un pensiero in cui abitare, cerca il corpo, il muro, la vetrina. Winnicott, che osservò a lungo bambini e adolescenti in difficoltà, arrivò a vedere nell’atto antisociale un segno paradossale di speranza: chi rompe sta ancora cercando qualcuno che regga la sua rabbia e non lo abbandoni. Un gesto brutale può nascondere così una richiesta ostinata: non ignoratemi.

C’è poi un movimento che conosciamo bene. Chi si è sentito a lungo impotente, ignorato, subìto, può scoprire che è più tollerabile diventare quello che fa subire. È ciò che chiamiamo identificazione con l’aggressore: la passività vissuta come umiliazione si ribalta in potenza, e per un momento la paura passa dall’altra parte. Spesso intorno a quel gesto c’è un nemico su cui depositare tutto il male che non si riesce a contenere dentro di sé. Così la rabbia trova un bersaglio e la confusione un colpevole, perché è più facile combattere qualcuno che reggere il proprio smarrimento.

Anche noi adulti, spettatori, facciamo qualcosa di simile. Mettiamo sui «violenti» il brutto che attraversa la nostra società e che preferiamo non guardare: la precarietà, la solitudine, la sfiducia nel futuro. Loro lo mostrano nel modo peggiore, e noi li indichiamo come se non ci riguardasse.

Per questo provo una forma di tenerezza, e so che può suonare scomoda. Non è indulgenza verso il gesto. È pensare a quanta paura, confusione e rabbia debba abitare un ragazzo, a volte ancora minorenne, per arrivare a quello. Sono emozioni difficili da sostenere da soli, e molto facili da esasperare per chi sa dare loro una bandiera, uno slogan, un nemico. La frustrazione è una miccia sempre pronta, e basta poco per accenderla.

Il mio timore è che questa richiesta, violenta e confusa, resti senza risposta. Che la sola reazione sia un’altra forza, la reprimenda, la punizione. Rispondere ai fatti è doveroso, e lo è tanto più con i minorenni, perché ogni risposta, anche la più necessaria, insegna qualcosa. Ma se ci fermiamo alla sanzione confermiamo a questi ragazzi ciò che già temono: che nessuno li guarda finché non fanno rumore, e che nessuno li ascolta quando lo fanno.

Comprendere non vuol dire giustificare. Ne parlai già in un mio post molto tempo fa, e lo ripeto volentieri oggi. Si può chiedere conto di ciò che è stato fatto e, insieme, chiedersi che cosa non è stato ascoltato prima.

I più giovani sono affidati a noi adulti, a chi educa, a chi governa, a chi racconta ciò che accade. Una società matura sa tenere insieme le due cose. Finché non impariamo a farlo, continueremo a vedere nelle piazze il sintomo e a ignorare la sofferenza che lo produce.

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