Quando finisce un amore…

Ci sono momenti, nelle separazioni amorose, in cui accade qualcosa di molto comune e molto frainteso: al posto del dolore entra in scena la colpa.
Succede soprattutto quando si lascia una persona che ci ama ancora, mentre noi non più. O non nello stesso modo, oppure non abbastanza. È una situazione delicata, perché tocca un punto che l’essere umano fatica ad accettare: il fatto che il cuore non obbedisce.
Provo a dirlo prestando la voce a chi lascia. Non perché sia facile dirlo così, ma perché è l’unico modo per essere chiari.
“Mi dispiace. Mi dispiace davvero. Quando ci siamo incontrati non c’era nessuna costrizione. Non c’era un dovere, né una colpa da riparare. Ci siamo scelti perché ci volevamo bene e perché quello stare insieme ci faceva stare bene. Ora però non riesco più a far finta. E non sarebbe giusto, né per me né per te, continuare a recitare un amore che non sento più. Questo mi addolora profondamente.”
Questo è dolore sano. È dolore, certo. Ma è sano.
La colpa, invece, è un’altra cosa. La colpa nasce dall’illusione di poter comandare il sentire. Dall’idea che, se ci sforziamo abbastanza, se stringiamo i denti, se ci imponiamo di “voler bene”, allora il cuore tornerà a battere dove ha smesso da tempo. La colpa è nevrotica perché presuppone un potere che non abbiamo.
E infatti, in queste situazioni, si vedono spesso persone che si sforzano. Si sforzano di restare, di sentire, di essere come prima. Ma il sentire non risponde allo sforzo. Non è muscolare, non è un dovere né una prestazione.
Qui entra in gioco un altro grande equivoco: il perdono.
Il perdono presuppone la colpa. E finché parliamo di colpa, restiamo intrappolati in una scena sbagliata. I bambini hanno diritto al perdono perché hanno diritto a essere amati anche dopo aver sbagliato. Perché “per-donare” vuol dire regalare comunque l’amore. L’adulto, invece, se non impara a perdonarsi da solo, non può essere salvato dal perdono che arriva dall’esterno.
Non a caso, nella tradizione cristiana, il perdono vero si chiede a Dio. Perché solo un’istanza onnipotente può cancellare la colpa. Tra esseri umani, invece, la faccenda è più complessa. Spesso accade questo: chi viene lasciato finge di perdonare, chi lascia continua a sentirsi colpevole. Perdono e colpa si tengono in piedi a vicenda. Si ratificano. Si alimentano.
E intanto il dolore, quello vero, resta fuori dalla scena.
Il dolore sano, invece, direbbe: “Mi dispiace. Tanto. Ma non ti incolpo. E non mi incolpo.”
Direbbe questo perché riconosce una verità difficile da digerire: l’amore è misterioso.
Noi possiamo prenderci cura della rosa. Possiamo annaffiarla. Concimarla. Esporla al sole. Ma non possiamo comandarle di fiorire. E tantomeno possiamo tirarla su con le mani per farla crescere più in fretta. La cura, non il fiorire, è un atto di volontà.
Così è l’amore come sentimento. Non si comanda, non è un merito quando c’è, né una colpa quando se ne va. Possiamo comandare la cura, l’attenzione, il rispetto. Possiamo decidere come agire, ma il sentire no perchè esso semplicemente accade, o non accade. Ed è, nel bene e nel male, un piccolo miracolo.
Forse l’unico vero dovere che abbiamo, quando l’amore finisce, è questo: riconoscere la natura del sentire e rispettarla. Dentro di noi e dentro l’altro.
Il resto, colpa compresa, è spesso solo un modo per non attraversare il dolore.

Arrivederci.

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