Ogni tanto sento dire che Freud è superato.
Lo si dice con una certa aria di sollievo, come quando ci si libera di un vecchio mobile ingombrante. Eppure, ogni volta che lo sento, penso che Freud sia stato il primo a superare Freud.
Nella stanza dove lavoro c’è una vetrinetta. Dentro, undici volumi dell’Opera Omnia. Basta guardarli di profilo per accorgersi di una cosa curiosa: il secondo supera il primo, il terzo supera il secondo, e così via. Non è solo un fatto fisico, di spessore della carta. È un fatto di pensiero. Freud ha passato la vita a contraddirsi, a rivedersi, a correggersi. Nei primi anni correva, mentre negli ultimi avanzava più lentamente, non perché avesse meno da dire, ma perché aveva già aperto molte strade.
Alla fine, in sostanza, ha detto: “Adesso andate avanti voi”.
Ecco perché superare Freud è possibile. Anzi, è auspicabile. Ma c’è una cosa che non si supera, perché non è una teoria: è un metodo, una postura mentale. È un modo di stare davanti all’umano senza semplificarlo.
Le critiche che sento più spesso non arrivano da chi Freud lo ha letto davvero. Arrivano da chi lo ha sfiorato. “Freud è superato”, “ci vogliono anni per curare”, “era buono per la Vienna del primo Novecento”. Frasi così funzionano un po’ come dire che Galileo è superato perché oggi abbiamo i satelliti.
Galileo, tanto per restare in tema, non ha solo guardato meglio. Ha guardato diversamente. Ha scoperto che Giove aveva dei satelliti. Piccoli, certo. Ma sufficienti a mandare in crisi l’idea che ci fosse un solo centro del movimento. Se anche Giove aveva dei satelliti, allora la Terra non era così speciale. Non stava ferma. Girava. Come tutto il resto.
Ora, se facessimo oggi un referendum planetario – e va tanto di moda – per chiedere se la Terra gira intorno al Sole o il contrario, temo che scopriremmo che il tolemaico è ancora tra noi. Così come lo è, in psicoanalisi, un certo modo pigro di liquidare Freud senza attraversarlo.
Prendiamo una delle obiezioni più ricorrenti: il complesso edipico. “E le coppie omosessuali?”. Domanda che sembra intelligente, ma che spesso nasce da una lettura superficiale. Perché Freud non ha mai parlato di anatomia, ma di funzioni. E le funzioni non coincidono automaticamente con i genitali.
Una coppia omosessuale, se è una coppia degna di questo nome, non è composta da due identici. È composta da due complementari. Nessuno si innamora del proprio doppio. Ci si innamora di ciò che manca, o che almeno sembra mancare.
Anche nelle coppie omosessuali esiste una differenziazione delle funzioni. C’è chi esercita maggiormente la funzione materna: tenerezza, nutrimento, accoglienza. E c’è chi esercita maggiormente la funzione paterna: protezione, limite, forza simbolica. Questo vale ovunque. Vale anche nelle famiglie eterosessuali, dove non è affatto scontato che madre e padre svolgano bene ciò che dovrebbero.
La funzione paterna non è il pene. È quella voce che dice: “Questo bambino è il mio. E il mondo non può fargli quello che vuole”. La funzione materna non è l’utero. È la capacità di tenere, consolare, rendere abitabile l’angoscia. E queste funzioni possono essere incarnate da uomini o da donne. Freud questo lo sapeva benissimo.
Chi dice che Freud è inadatto al presente dovrebbe spiegarmi allora perché, nel nostro Paese, ogni tre giorni un uomo uccide la donna che dice di volerlo lasciare. Non in Afghanistan. Qui. Ora.
E quasi sempre la frase è la stessa: “Non posso vivere senza di te”.
Non è amore. È dipendenza primaria. È un neonato cresciuto male. È qualcuno che non ha mai accettato la separazione. Che prende alla lettera ciò che dovrebbe restare metafora.
Un neonato, se potesse usare una pistola, ucciderebbe la madre che lo abbandona. Il femminicida fa esattamente questo. Uccide la “madre cattiva” che osa separarsi. E in un caso su cinque si uccide anche lui, confermando tragicamente che non sapeva vivere senza.
Senza Freud, tutto questo resterebbe cronaca nera. Con Freud, diventa comprensibile. Non giustificabile, ma leggibile. E solo ciò che è leggibile può essere trasformato.
Freud ci ha insegnato anche un’altra cosa fondamentale: che il primo amore di ogni maschio è eterosessuale, la madre; e che il primo amore di ogni femmina è omosessuale, la madre. Basterebbe questo a togliere all’omosessualità un retrogusto di “sconvenienza”. Ma evidentemente non basta.
Freud è stato figlio del suo tempo, certo. Ma alcuni figli vanno più avanti dei padri. Altri tornano indietro. Lui è andato avanti. Molto avanti.
E se oggi le donne hanno potuto alzare la testa, e molti uomini abbassare la violenza, lo si deve anche a quella semplice, rivoluzionaria invenzione che è stata la talking cure. La cura attraverso la parola.
Per questo, più che superarlo, Freud va praticato. Letto. Attraversato.
Perché non è un monumento. È un passaggio obbligato.
Alla prossima.
P.S. Un pensiero riconoscente a uno dei miei ultimi maestri. Anche i maestri, come Freud, servono per essere superati. Ma solo dopo essere stati davvero incontrati.