“Le passioni umane sono una cosa molto misteriosa e per i bambini le cose non stanno diversamente che per i grandi. Coloro che ne vengono colpiti non le sanno spiegare, e coloro che non hanno mai provato nulla di simile non le possono comprendere. Ci sono persone che mettono in gioco la loro esistenza per raggiungere la vetta di una montagna. A nessuno, neppure a se stessi, potrebbero realmente spiegare perché lo fanno. Altri si rovinano per conquistare il cuore di una persona che non ne vuole sapere di loro. E altri ancora vanno in rovina perché non sanno resistere ai piaceri della gola, o a quelli della bottiglia. Alcuni buttano tutti i loro beni nel gioco, oppure sacrificano ogni cosa per un’idea fissa, che mai potrà diventare realtà. Altri credono di poter essere felici soltanto in un luogo diverso da quello dove si trovano e così passano la vita girando il mondo. E altri ancora non trovano pace fino a quando non hanno ottenuto il potere. Insomma, ci sono tante e diverse passioni, quante e diverse sono le persone.”
Questo passaggio, tratto da La storia infinita di Michael Ende, dice con una chiarezza disarmante qualcosa che spesso dimentichiamo: nell’essere umano c’è una quota che non si lascia spiegare del tutto, né da chi la vive, né da chi la osserva dall’esterno. È una quota che riguarda tanto i bambini quanto gli adulti.
La prendo da lontano, perché il punto è di ordine quasi filosofico.
Nel mio mestiere, alcune cose sono prevedibili, come la prossima appendicite, la prossima frattura del femore, la prossima influenza, perfino la prossima depressione o una psicosi paranoide.
A grandi linee, si capisce. “Vista un’appendicite, viste tutte”, si usa dire con una certa brutalità clinica.
Il male ha una sua ripetitività e funziona per meccanismi che, soprattutto negli ultimi due secoli, la medicina ha imparato a riconoscere, classificare, trattare.
Il negativo, dunque, si lascia studiare.
Ma proviamo a spostare lo sguardo. Nessuno può dirci come sarà il prossimo grande poeta, nessuno può prevedere il prossimo compositore in grado di rendersi eterno e nessuno sa come sarà il prossimo grande pittore, il prossimo scultore, il prossimo artista che dirà qualcosa di nuovo sull’umano. Questo no, questo sfugge.
Perché sfugge? Perché, come mi ha insegnato un maestro a cui devo molto, la Scienza è per tutti, mentre l’Arte è per ciascuno. La scienza lavora sul ripetibile, mentre l’arte, e più in generale il versante sano dell’essere umano, lavora sull’unicità.
Io non potrò mai dire: “Visto il signor Rossi, visti tutti”. Né della signora Bianchi, né di nessuno di noi. Per tutto l’universo dei tempi e degli spazi non esisterà una copia identica di quella persona, ma anche di te o di me.
Questo significa una cosa semplice e radicale: ogni essere umano è titolare di un mistero che, per definizione, non è replicabile. Non si può fare esperienza del mistero in generale, si può solo incontrarlo, ogni volta, in quella persona lì.
L’appendicite è appendicite, per fortuna. La chirurgia può imparare, ripetere, migliorare. Ma come quella patologia verrà abitata dal signor Rossi o dalla signora Bianchi, questo non è dato saperlo prima. Si può fare esperienza della malattia e non si può fare esperienza della persona, se non incontrandola.
La clinica, nel senso più profondo del termine, nasce proprio da qui. Kline, in greco, vuol dire inclinarsi, inchinarsi che è un gesto di rispetto verso l’unicità dell’altro, verso ciò che in lui non si lascia ridurre a schema.
Noi possiamo prevedere, con una certa attendibilità, il versante patologico, quello negativo. Possiamo fare diagnosi, ipotesi, prognosi, ma non sarà mai prevedibile la singolarità, in altri termini la maniera in cui ciascuno di noi ama, desidera, soffre, crea, spera. Quella zona misteriosa a cui ogni essere umano ha diritto.
E allora sì, forse la vita somiglia davvero a un romanzo fantastico; non nel senso dell’irrealtà, ma nel senso che non è mai del tutto scritta prima. E in questo senso, per ciascuno di noi, la storia resta infinita.
P.S. Questo scritto è anche un omaggio riconoscente alla bellezza dell’insegnamento del dott. Gino Zucchini, uno dei miei maestri, da cui ho imparato quanto scienza e arte, in psicoanalisi, non siano mai davvero separabili.