“Io non sono all’altezza.”
Quando questa frase prende casa dentro una persona, giovane o adulta che sia, non arriva mai da sola. Porta con sé una costellazione di parenti stretti: fragilità, insicurezza, timore di sbagliare, paura di non reggere lo sguardo dell’altro. È una frase che non fa rumore, ma lavora in profondità, scava e dove scava, l’ansia trova terreno buono.
L’ansia, a quel punto, porta uno dei suoi gesti preferiti: si traveste. Si presenta come ordine, precisione, regola e suggerisce che, se mettiamo paletti ben piantati nel tempo e nello spazio, saremo più protetti, più corretti, forse persino più degni di stare nella relazione.
È qui che l’insicurezza, invece di essere accolta, viene combattuta con il rigore. Nascono così gli appuntamenti al minuto, le finestre temporali, le telefonate cronometrate. Tentativi maldestri di irrobustirsi e insieme, puntuali come tasse dimenticate, arrivano i disappuntamenti.
“Te l’avevo detto che alle 15.15 ero libero. Tu non hai chiamato. Dopo io non c’ero più.”
Il disappuntamento non è cattiveria, ma è figlio della vulnerabilità, è il tentativo un po’ ingenuo di difendersi dalla paura aumentando la precisione. Una precisione che, in questi casi, non protegge, ma al contrario, moltiplica le occasioni per non incontrarsi. Sarebbe sufficiente molto meno: “Ci sentiamo stasera. Se non rispondi, riprovo più tardi.”
Ma quando la fragilità non si sente autorizzata a esistere, quel “più tardi” diventa intollerabile.
A questo punto entra in scena la pariteticità malintesa.
“Io sono preciso, tu no.”
“Io faccio la mia parte, tu no.”
Come se l’equità affettiva si misurasse col cronometro. In realtà, la parità nelle relazioni non si gioca sul piano del controllo, ma su quello della reciproca tolleranza delle vulnerabilità. Non è il diritto di restituire lo sbaglio con lo sbaglio. Quel famigerato, e infantile, “E tu allora?!”.
Più si stringe il controllo, più cresce il sospetto, il quale, quando incontra la tecnologia, diventa fantasioso. “Ho capito perché non mi hai risposto. Stavi chattando con qualcun altro.”
A quel punto non è più una telefonata mancata, ma una prova immaginata, una certezza costruita sull’insicurezza.
Qui apro una parentesi poco amata. Gli strumenti che chiamiamo smartphone, con le loro applicazioni gratuite, portano con sé una promessa implicita: “Io per te ci sono sempre.”
Ma è una promessa che nessun essere umano può mantenere. E ciò che non costa nulla rischia, ai nostri occhi, di valere poco. Non perché sia vero, ma perché siamo fatti anche così. Il gratuito si presta all’abuso: “Tanto non mi costa niente.”
Intanto il rumore cresce, il bla bla bla si accumula, e diventa sempre più difficile distinguere la parola viva dal frastuono.
Tutto il mondo in una tasca è una promessa di onniscienza, ma come tutte le promesse onnipotenti, è fragile e falsa. Dentro quel rumore continuo si perde la musica e allora anche il tempo si irrigidisce, diventa tagliente, l’appuntamento prende la punta. Non a caso la parola “appuntamento” punge e dove c’è punta, c’è dolore.
Quando la fragilità è presente, ogni silenzio diventa minaccia: se sto male, ho urgente bisogno che tu mi risponda. Se so che tu stai male, ho bisogno di rassicurarti. Ma l’amore non dovrebbe vivere solo di urgenze, altrimenti si trasforma in un pronto soccorso affettivo.
La freschezza è diversa dall’urgenza. Laddove la freschezza è tollerante, l’urgenza è, invece, ansiosa.
Dopo un incontro felice, dopo l’intimità condivisa, la cosa migliore che può accadere è dormire. Portarsi nel sonno l’eco di ciò che è stato, lasciandolo decantare e lasciandolo diventare sogno. Non controllarlo.
Quando sento dire “Non mi chiami mai”, credo sia poco utile difendersi con elenchi e giustificazioni. È una strada tutta in salita. Molto più fecondo sarebbe dire: “Sai cosa succede quando non ti chiamo? Che ti sto pensando. E a volte mi basta.”
L’amore non vive solo di presenze, ma vive anche di distanze, di memoria, di fantasia. Se si progetta una vita insieme, occorre imparare ad abitare anche l’assenza, senza viverla subito come abbandono e senza trasformare ogni vuoto in una colpa.
Conviene addestrarsi alle distanze, non per indurirsi, ma per diventare più solidi nella propria friabilità.
Un poeta come Verlaine diceva che il pensiero è gloria di un desiderio lungo, paziente. L’attesa non è una mancanza, ma una preparazione.
Gli appuntamenti amorosi non dovrebbero pungere. Dovrebbero invece avere la morbidezza del tempo che si apre, non la rigidità del tempo che incalza. È nell’attesa che pregusto la tua voce, il tuo volto, il tuo arrivo. E, qualche volta, anche il tuo silenzio.