Capire non assolve: sulla catena delle generazioni

Quando entra in gioco la coazione a ripetere intergenerazionale, le cose smettono di essere semplici. Non perché diventino oscure, ma perché diventano stratificate. A un certo punto non stiamo più guardando solo la storia di un paziente, ma anche quella dei suoi genitori e, andando ancora indietro, la storia dei genitori dei genitori.
Una linea verticale che attraversa il tempo e che, volenti o nolenti, lascia segni.
È qui che spesso nasce il fraintendimento.
Prima o poi qualcuno sbotta: “Eccoli qui, i soliti psicologi, i soliti psicoanalisti. Siccome capiscono tutto, allora giustificano tutto”.
No. Questa è una scorciatoia polemica e anche un errore logico.
Il pensiero medico ci aiuta a chiarirlo bene: quando comprendiamo che un certo assetto metabolico porta al diabete, non stiamo giustificando il diabete, lo stiamo spiegando e proprio perché lo spieghiamo, possiamo intervenire.
Comprendere un’appendicite non significa perdonarla. Significa operarla, bisturi alla mano.
Lo stesso vale per le storie familiari: quando, in seduta, mi capita di dire che la storia è anche verticale, che madre e padre hanno avuto a loro volta genitori, infanzie, ferite, mancanze, non sto assolvendo nessuno, sto allargando il campo, cercando di capire da dove arriva ciò che oggi fa male.
Il problema è che, fuori dalla stanza d’analisi, questo discorso viene spesso frainteso.
Sembra buonismo e una sorta di carezza morale; in realtà è tutt’altro. Gli errori restano errori, le responsabilità restano responsabilità e, talvolta, ci sono anche colpe che vanno nominate come tali.
Spiegare non significa perdonare, così come comprendere non equivale ad assolvere. Anzi, è esattamente il contrario. Solo ciò che viene compreso può essere trasformato e solo ciò che viene nominato può essere interrotto.
La catena intergenerazionale non si spezza con la rabbia cieca né con l’assoluzione generale, ma si spezza, quando è possibile, con un lavoro di discernimento.
Imparare dalla propria storia significa questo: prendere il buono ovunque si trovi e lasciare cadere il cattivo, senza bisogno di portarlo in eredità. Non si tratta di un gesto eroico, ma di un gesto faticoso, sobrio, umano.
Si dice spesso che la vita è complessa. È vero. Lo è per tutti, ma proprio per questo non siamo esonerati dal riconoscere gli errori, nostri e altrui. Non per restare inchiodati al passato, ma per provare, per quanto umanamente possibile, a fare un passo avanti. Anche piccolo e imperfetto, ma pur sempre nostro.

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