
A volte l’inconscio, quando è confuso, non è ribelle né ostinato, ma è semplicemente in attesa di una coscienza che sappia fare un po’ di pulizia, rimettere in fila le cose, distinguere ciò che è mescolato male.
Mi tornano in mente certe vecchie cartoline. Un bambino di spalle, un bastone appoggiato dietro la nuca, un fagotto legato alle estremità; dentro c’è tutto e niente, il necessario e il superfluo.
La scena racconta sempre due storie insieme: da un lato l’abbandono, dall’altro la partenza. Non sei tu che mi lasci, sono io che me ne vado.
È un’immagine ambivalente, come molte scelte decisive della vita; in quel gesto c’è anche un tentativo difensivo: me ne vado per non sentire quanto ho bisogno di te.
Il bisogno però non sparisce, ma resta lì, spesso sotto forma di angoscia o di colpa. Colpa di desiderare o, talvolta, persino di essere felici.
Un mio maestro diceva che con i desideri si può giocare, con i bisogni no. Finché il bisogno non trova una strada per diventare desiderio, il terreno resta scivoloso.
Quando questo passaggio non avviene, la vita tende a irrigidirsi in formule assolute: tutto o niente, sempre o mai più. Anche gli stati d’animo vengono vissuti così: la felicità come dovere permanente o il dolore come condanna senza uscita. È come guardare il cielo pretendendo che sia sempre sereno o disperarsi davanti a una nuvola come se fosse la fine del clima.
Eppure la realtà, quella che incontriamo davvero, è fatta di alternanze, di giornate limpide e di giornate coperte, di capacità di gioia e di capacità di tristezza. Entrambe fisiologiche, umane.
Il problema nasce quando il relativo si ammala di assoluto e quando il cielo dev’essere perfetto o, al contrario, viene vissuto come definitivamente compromesso.
È in quei momenti che compare la tentazione dell’onnipotenza negativa e quando qualcosa si rompe, affiora il gesto drastico: “Non ti voglio più vedere”. Come se cancellare l’oggetto potesse cancellare anche il legame e come se bastasse chiudere gli occhi per non sentire più.
Il lavoro analitico, almeno per come l’ho imparato io, sta tutto qui: nel restituire al cielo la sua variabilità, nel permettere ai bisogni di trasformarsi in desideri, nel togliere all’assoluto il suo potere tirannico e nel ricordare, con una certa dolce fermezza, che partire non significa non aver avuto bisogno. Significa, semmai, aver imparato a portarlo con sé senza farsene schiacciare.