Il mestiere della modestia: quando la parola giusta ha il punto interrogativo

Chi fa questo mestiere, se lo fa davvero e se lo fa a lungo, viene educato alla modestia. Non per scelta morale, ma per necessità clinica.
Le fobie, tanto per citare un esempio qualunque, si assomigliano tutte, hanno una struttura riconoscibile, una parentela di famiglia. Ma poi c’è Tizio, che è fobico a modo suo, e Tizio è identico solo a Tizio. E c’è Caio, altrettanto fobico, ma in un altro modo ancora. Tra i due può non esserci quasi nulla in comune, se non l’etichetta, che infatti serve più a noi che a loro.
Questo, col tempo, insegna il gusto della modestia, che non è rinuncia al sapere, ma piacere di non dover essere onniscienti, di non dover dimostrare nulla, ma è il sollievo di potersi fermare un passo prima della sentenza.
Per questo, se il lavoro è fatto con un minimo di onestà, le nostre parole dovrebbero sempre portare con sé un punto interrogativo. Frasi che iniziano con cautela, con rispetto: “Ma non sarà per caso che…”Perché l’ultima parola non spetta a noi, bensì al paziente.
E in questo senso, sì, quello che facciamo è un regalo, non perché siamo generosi, ma perché mettere parole giuste dove prima c’erano parole sbagliate, parole stonate, parole stantie, parole che facevano male, cambia l’aria. All’improvviso si può respirare e il paziente non è più costretto a tappare il naso con le orecchie pur di andare avanti.

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