Non so quale scrittore lo abbia detto, ma l’idea mi accompagna da tempo: siamo fatti in modo tale che la nostra felicità, molto facilmente, costa infelicità a qualcun altro. È una constatazione poco consolante, ma abbastanza vera.
Basta pensare a un innamorato respinto. Il suo desiderio si è acceso, ha preso forma, ma il cuore dell’altro è occupato altrove. Quel desiderio resta, quindi senza risposta e così allora arriva il dolore, il dispiacere. A volte anche qualcosa di più cupo, l’angoscia dell’abbandono. Non c’è nulla di patologico in questo, è una scena umana, universale.
C’è però una cosa che non siamo tenuti a rendere obbligatoria: la colpa.
Perché al cuore non si comanda. Possiamo comandare molte cose, decidere cosa fare e cosa non fare, dove andare, dove fermarci. Possiamo regolare i gesti, le parole, le azioni. Ma lo stato d’animo, no. Il sentire non obbedisce agli ordini. Al massimo, si lascia interrogare.
Non posso impedirmi di sentire freddo se afferro una palla di neve a mani nude. Non posso non sentire il piacere di un cucchiaio di budino al cioccolato se lo assaggio. Allo stesso modo, non posso dire al cuore: “Sii felice” o “Sii infelice”. Il cuore non esegue comandi.
Questo limite ha una conseguenza importante: se non posso comandare il sentire, allora non posso essere colpevole di ciò che sento. La colpa riguarda il fare o il non fare, cioè le azioni, le scelte pratiche. Ma non il freddo che provo, non il bruciore, non la gioia, non il dolore che mi attraversa.
Il sentire si subisce, non si decide. E forse, a volte, riconoscerlo basta ad alleggerire un peso inutile. Non cancella il dolore dell’altro, né il nostro, ma toglie di mezzo una colpa che non ci appartiene. E questo, già, non è poco.