A volte mi sorprendo a sorridere davanti all’ingenuità di chi pensa di essere furbo. Come se bastasse avere ragione per uscire indenni da una lite, come se il conto non arrivasse comunque, puntuale, sotto forma di stanchezza, irritazione, giornate rovinate.
La verità è che il tempo emotivo è fragile e nessuno ce lo restituisce. Neppure Dio, ammesso che abbia voglia di occuparsi delle nostre liti assurde, astratte, lunari. Quelle che nascono da niente e finiscono per diventare tutto, che si gonfiano, si irrigidiscono, si incistano e alla fine producono solo una cosa: rancore.
Eppure è proprio lì che si gioca una possibilità non banale: imparare a litigare bene. Non a evitare il conflitto, non a edulcorarlo, ma a stare dentro senza distruggere tutto. Con la madre, con l’ex coniuge, con il capo, con chi capita. Facile a dirsi, molto meno a farsi.
Il punto, però, è meno complicato di quanto sembri: “Ce l’ho con ciò che hai fatto, non con ciò che sei. Ce l’ho con l’errore, non con la persona”. Dire, e soprattutto far sentire, una frase così è tutt’altro che scontato, perché sposta il colpo. La freccia prova a colpire lo sbaglio, non il petto di chi lo ha commesso.
Certo, può accadere che l’altro difenda lo sbaglio fino a identificarvisi, può succedere che si metta da solo sulla traiettoria del colpo. Ma sapere che questo rischio esiste cambia qualcosa: rende meno colpevoli e più responsabili, anche quando la rabbia è viva.
A questo punto qualcuno storce il naso. “Una lite pacata? Ma non è un ossimoro?”.
Dipende.
Pensiamo al gioco, a una partita vera, non a una messinscena. Nel gioco c’è conflitto, desiderio di vincere, tensione. Lì nessuno gioca per perdere. Eppure, quando le regole tengono, il calcio va al pallone, non allo stinco dell’altro. Non perché siamo buoni, ma perché senza regole il gioco smette di esistere.
La giocosità è una cosa seria e non ha nulla a che vedere con la derisione o la leggerezza superficiale. È ciò che permette il confronto senza annientamento, la tensione senza distruzione. È una forma di civiltà minima, ma indispensabile.
Questo vale ovunque, anche dove fa più male, anche dentro una ex coppia che prova, faticosamente, a diventare qualcos’altro. “Solo coppia genitoriale”, si dice. Come se fosse poco! Come se non fosse uno dei passaggi più complessi che si possano attraversare!
Lì, più che altrove, saper litigare bene non è un lusso, ma una necessità per non continuare a rubarsi tempo e non sprecare altre ore che nessuno, davvero nessuno, potrà restituire.