Una non banale differenza
“Ho bisogno di te, amore mio.”
È una frase che suona bene, ma al tempo stesso va chiarita. Dentro di essa, infatti, può starci molto, oppure tutt’altro.
Se ho bisogno di te nel senso che, quando ci sei, il mondo si accende, le cose prendono colore, la vita diventa più abitabile, allora siamo nel campo del desiderio e dell’amore. Se, invece, ho bisogno di te perché senza di te non so stare in piedi, non so vivere, non so camminare, allora stiamo parlando di un’altra cosa. Di bisogno, appunto. Che è legittimo, ma non è la stessa cosa dell’amore adulto.
Il bisogno è, per struttura, la lingua dei bambini. Non possiamo fargliene una colpa.
Il bambino non distingue ancora tra bisogno e desiderio. Quando vuole, vuole subito e se ciò che egli vuole non arriva, grida. Non perché sia capriccioso, ma perché è condizionato.
L’adulto, invece, dovrebbe aver imparato questa distinzione. Non sempre ci riesce, ma è lì che si gioca una competenza importante.
Quando, nel matrimonio, si dice “nella buona e nella cattiva sorte”, non è una formula vuota. Dice proprio questo: nella buona sorte c’è libertà, salute, spazio. Se uno dei due prende un treno e va via per qualche giorno, non succede nulla di grave. Scaduto quel tempo, ci si ritrova.
Nella cattiva sorte, invece, cambia tutto. Se uno dei due è a letto, febbricitante, impedito, allora l’altro resta. Non perché non abbia desideri, ma perché c’è un patto. In quel momento il bisogno prende il sopravvento, ed è giusto così.
Quando siamo malati regrediamo, diventando un po’ bambini. Questo aspetto è fisiologico. In quei momenti il bisogno prevale sul desiderio. Non c’è niente di patologico in questo.
Ma nella vita ordinaria, confondere bisogno e desiderio crea problemi.
Una camminata in montagna non è un bisogno, è un desiderio che procura piacere e quando il desiderio incontra il suo oggetto, è lì che nasce il piacere.
Quando invece è il bisogno ad incontrare il suo oggetto, nasce soprattutto la tranquillità. Come a dire: “C’è qualcuno che si occupa di me. Non sono solo.”
Anche questo è importante, ma è un’altra cosa. Il bisogno di un intervento chirurgico non è un desiderio. Il desiderio di salute potrà tornare dopo, quando le cose andranno meglio. Non prima.
Insisto su questo punto perché viviamo in un tempo che fatica molto a tenere separati questi due registri: tutto è disponibile subito. Oggetti che un tempo richiedevano attese lunghe, oggi arrivano in un attimo.
“Ho voglia del motorino.”
“Ne riparliamo tra un anno.”
Non è una punizione, ma educazione al desiderio lungo. Quando poi il motorino arriva davvero, è festa, libertà e assume un valore.
Se invece arriva subito, come la penicillina quando hai la bronchite, tutto diventa urgente. Tanto che ciò che potrebbe restare nel campo del desiderio scivola nel bisogno. Ma i bisogni, da soli, non rendono felici.
Il “tutto e subito” ha un costo alto: elimina l’attesa. E l’attesa è preziosa. È lo spazio in cui il desiderio prende forma, cresce, si carica di senso.
Quando il desiderio viene saturato immediatamente, perde sapore, mentre quando è lungo, attribuisce valore. Lo si vede bene anche nelle piccole cose: chi ha dovuto aspettare sa gioire, mentre chi ha avuto subito, spesso si stanca presto.
Questo vale persino per il pensiero. Un grande scrittore francese diceva che un’idea vera è il vanto di un desiderio molto lungo. Le idee non arrivano a comando, vanno desiderate, aspettate, frequentate.
Forse è anche da qui che passa una certa maturità affettiva. Dal saper dire: “Questo è un bisogno e va accolto. Questo è un desiderio e può attendere”. Senza confondere l’uno con l’altro e senza chiedere all’amore di fare il lavoro della dipendenza.