Quel paziente è un borderline!

La diagnosi che dice il nostro limite

C’è una diagnosi che, ogni tanto, mi fa insieme sorridere e irritare. Una di quelle parole passepartout che sembrano spiegare tutto e invece spiegano pochissimo: borderline.
“Quel paziente è un borderline”, si sente dire. Ma detta così è uno strafalcione, perché una diagnosi, se è tale, non è un’etichetta appiccicata a una persona, è una raccolta ordinata di segni di sofferenza che condividono qualcosa. Un nucleo comune, una sindrome, appunto; oppure, un cerchio che contiene alcuni elementi e non altri.
La diagnosi serve a circoscrivere e dire: “Queste cose stanno insieme per questo motivo. Questo cerchio è diverso da quello accanto”.
Altrimenti non è una diagnosi, ma una parola.
Ora, borderline significa letteralmente sul bordo. E già qui qualcosa scricchiola, perché stiamo dicendo che quella sofferenza non si lascia raccogliere in nessun cerchio, ma sta sul margine di tutti. Essa è sfuggente, scivola e non si ferma mai abbastanza a lungo da farsi contenere.
Ed è vero: il paziente così definito è spesso fuggiasco. Egli scarta, cambia registro, anticipa, contraddice.
Allora verrebbe da chiedersi: “Che razza di diagnosi è una diagnosi che certifica che non si può diagnosticare?”
Dire borderline, a ben vedere, è come dire “ghiaccio bollente”: tiene insieme due movimenti opposti e sotto l’apparenza di una parola autorevole, rischia di nascondere qualcos’altro. Potrebbe sembrare una sorta di dichiarazione implicita di impotenza. Come a dire: “Non riesco a capirlo, non si lascia prendere, non sta fermo”.
Se esageriamo un po’, borderline significa: “Non ci ho capito niente”, come se non si lasciasse comprendere, non si lasciasse dire. Anzi, spesso dice tutto da solo, prima ancora che tu abbia aperto bocca. E questo, alla prima impressione, lo rende inaccessibile.
Ma il punto non è fermarsi lì, perché una diagnosi che dice solo il nostro limite, non serve al paziente. Serve, semmai, a noi per proteggerci dal disagio di non sapere dove mettere le mani.
Il lavoro clinico comincia proprio dopo questa ammissione, quando smettiamo di usare la parola come schermo e torniamo a fare ciò che sappiamo fare davvero: ascoltare, restare. Non inseguire la fuga, ma capire cosa la rende necessaria.
Fino a quando, a un certo punto, qualcosa rallenta. Non perché il paziente smette di stare sul bordo, ma perché il bordo diventa, finalmente, un luogo abitabile.

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