Quando l’angoscia si traveste da arroganza

C’è un paradosso che torna spesso nella clinica e che, a prima vista, sembra un controsenso: l’angoscia può rendere arroganti. Detto così suona strano: per il senso comune l’angoscia dovrebbe rendere timidi, esitanti, ritirati. E invece no, perché l’inconscio ama gli opposti.
Quando qualcuno ha paura di non avere la parola, spesso se la prende. Lo fa con forza, durezza e arroganza. Suona come una difesa; non elegante, ma efficace sul momento.
La lingua, come sempre, ne sa più di noi. Pensiamo a cosa accade in un’assemblea: c’è un microfono, qualcuno parla; a un certo punto alziamo la mano e diciamo: “Chiedo la parola” e il presidente risponde: “Do la parola a…”.
Se ci fermiamo un attimo, l’espressione è curiosa: come sarebbe a dire “do la parola”? La parola ce l’ho già. Ho la voce, ho i pensieri, ho la logica. Eppure quell’espressione funziona, la usiamo tutti perché dice qualcosa di vero.
Certo, il presidente ha una funzione organizzativa. Se non ci fosse, sarebbe il caos. Non si tratta però di potere in senso forte, ma di tenere il ritmo, il turno, l’ordine. E allora si dice: “Adesso la parola va a Rossi. Poi Bianchi”. Fin qui tutto chiaro.
Ma perché non diciamo semplicemente “chiedo il permesso di parlare”? Perché diciamo “chiedo la parola”? Come se non fosse scontato averla. Perchè, in fondo, non lo è.
Ogni nuovo nato arriva al mondo senza garanzia di parola. Non sappiamo se parlerà, come parlerà, quando parlerà. La parola non è un dato naturale come il respiro, ma è una conquista. Ed è fragile.
C’è un dettaglio che mi ha sempre colpito: in quasi tutte le lingue del mondo, la parola “mamma” suona più o meno uguale. Non “madre”, ma proprio “mamma”, così, senza bisogno di traduzione. Perché viene dal gesto più elementare: succhiare. Aprire e chiudere la bocca per vivere. Mammellare. Mammare.
Poi arriva la lallazione, durante la quale il bambino gioca con la voce; ne escono soni casuali: “Ma-ma-ma. Pa-pa-pa”.
E subito scatta il coro: “Ha detto mamma!”. “No, ha detto papà!”. La parola nasce così, in bilico, non garantita, appesa a un riconoscimento.
E allora “avere la parola”, “avere voce in capitolo”, “prendere la parola” non sono solo metafore civili. Parlano di qualcosa di più profondo: del rischio, sempre presente, di non averla. E dove la parola manca, manca anche la libertà.
L’arroganza, spesso, è una risposta disperata a questo rischio. È il modo in cui qualcuno cerca di assicurarsi, con la forza, ciò che teme di perdere. Non è segno di sicurezza, ma di paura.
Capirlo non giustifica tutto, ma aiuta a leggere meglio e, a volte, a restituire alla parola il suo posto. Non come arma, ma come spazio condiviso.

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