Mi permetto, ogni tanto, una predica. So già che per molti sarà inutile, ma ci sono cose che vale la pena dire lo stesso, anche a rischio di sembrare ripetitivi.
Parlo ai genitori separati. Per favore, non usate i vostri figli come agenti del controspionaggio. Né apertamente, né di traverso, nemmeno quando sembra una cosa piccola, innocua; anche se è uno solo dei due a farlo. Non si fa.
I bambini non devono spiare, non devono riferire, non devono portare messaggi, informazioni, allusioni. Non è il loro mestiere e non è un gioco, ma una violazione.
C’è poi una questione più sottile, ma non meno importante: i segreti. Quando un segreto è davvero tale, non ha bisogno di essere nominato. Non si dice “questo è un segreto della mamma”, perché nel momento in cui lo dici, non è più un segreto, ma un messaggio.
Il papà, o la mamma dall’altra parte, capisce benissimo di cosa si tratta. Non servono dettagli. Se una madre dice a un figlio “questo è un segreto”, senza minacce, senza ricatti, può anche accadere che il bambino, spontaneamente, dica all’altro genitore: “La mamma ha dei segreti, ma io non te li dico”. E va bene così. Il bambino ha potuto parlare, non è stato messo a tacere.
Il problema nasce quando al segreto si accompagna l’obbligo del silenzio, quando il bambino capisce che non deve solo tenere per sé ciò che ha visto o sentito, ma anche ciò che ha pensato e provato, per non far soffrire la mamma o per non far arrabbiare il papà o, ancora, per non tradire nessuno.
È lì che il danno si fa profondo.
Perché il bambino impara che alcune cose non si possono dire. Non solo agli altri, ma nemmeno a se stessi. Impara a chiudere i pensieri insieme ai fatti, i sentimenti insieme alle parole. E questo, col tempo, interferisce con una funzione fondamentale: la capacità di pensare.
I segreti accompagnati dal divieto di parlarne sono micidiali, non tanto per il contenuto, ma per l’effetto che producono. Intaccano la libertà di usare le parole per distinguere ciò che appartiene al mondo interno da ciò che appartiene al mondo esterno.
Non si nasce pensatori, lo si diventa. E lo si diventa imparando a distinguere.
Distinguere il mondo ad occhi aperti, fatto di fatti, persone, eventi, verità condivisibili, dal mondo ad occhi chiusi, fatto di pensieri, sogni, fantasie, desideri, paure.
Quando questa distinzione viene confusa troppo presto, o viene proibita, il prezzo si paga molto più avanti, in forme che spesso non sembrano avere più nulla a che fare con quei segreti originari.
Questa, più che una predica, è una misura di igiene mentale. Di quelle che non fanno rumore, ma che tengono in piedi una vita intera.