L’inconscio, molto spesso, si presenta come un testo scritto in una lingua straniera. Una lingua che non conosciamo bene, ma che ci riguarda intimamente. Freud lo chiamava “il paese straniero interno”. Non perché fosse esotico, ma perché non parla la lingua dell’Io. E allora va tradotto, con pazienza.
Tradurre non significa sostituire una parola con un’altra a caso, ma ascoltare il contesto, capendo cosa quella parola sta dicendo davvero. Prendiamo un esempio frequente: il cuore. Il paziente dice “cuore” e noi, se seguiamo il linguaggio medico, pensiamo subito al muscolo cardiaco. Ma il testo dell’inconscio, spesso, dice altro.
Finché il cuore resta muscolo cardiaco, il paziente continuerà a correre al pronto soccorso, una volta alla settimana, forse due, a farsi fare l’ennesimo elettrocardiogramma. Che risulteranno, ovviamente, tutti negativi; il cuore è sano, eppure il panico resta.
Quando, poco alla volta, quel cuore diventa cuore in senso simbolico, qualcosa cambia. Esso diventa il luogo degli affetti, dei legami, delle perdite. Ecco che allora non serve più correre in ospedale, perché quel cuore lo si può “analizzare” in un altro modo: con le parole, raccontando, tornando sul racconto. Dicendo e ridicendo.
Questa traduzione non è neutra e ha conseguenze concrete: cambia i comportamenti, il rapporto col corpo, il modo di stare nella paura.
Il lavoro analitico assomiglia molto a un lento disambiguare togliendo equivoci, a un passaggio da una lingua all’altra, non per spiegare tutto, ma per rendere abitabile ciò che prima costringeva a scappare.
Perché questo accada, a volte basta poco. A me è capitata questa fortuna: incontrare, ogni tanto, un buon maestro. Qualcuno che non ti fa innamorare tanto della sua materia, quanto di ciò che la attraversa. Il gusto di conoscere, di cercare, di pensare, e poi di dire.
È questo, forse, che resta. Non la traduzione perfetta, ma il desiderio di continuare a tradurre.