Riaccendere i sensi affettivi

A volte una psicoterapia è questo, nient’altro che questo: un risveglio dei sensi affettivi. Non un miglioramento spettacolare, non una soluzione brillante, ma un lento ritorno alla possibilità di sentire.
Mi capita di ascoltare pazienti che si descrivono con metafore meccaniche. “Dottore, mi sento come un elettrodomestico guasto. Funziono solo in stand by. Appena acceso, il minimo indispensabile.” È un’immagine dura, ma non sbagliata, che ha diritto di esistere.
Ha diritto di esistere perché, quando parliamo di sofferenza, siamo abituati a usare il linguaggio dei meccanismi. Meccanismi di difesa, meccanismi dell’angoscia, meccanismi della malattia. Anche in medicina si parla così: meccanismo della frattura, meccanismo del diabete. Il negativo si lascia meccanizzare, perché è ripetitivo, prevedibile, studiabile. Sta dentro una certa logica di funzionamento.
Se provassimo a dire: “meccanismo della gioia”, “meccanismo della felicità”, “meccanismo della poesia”, suonerebbe male o striderebbe. Non perché non capiamo le parole, ma perché sentiamo che qualcosa non torna. Se la felicità fosse un meccanismo, non sarebbe più felicità, ma un automatismo.
E allora quella metafora dell’elettrodomestico in stand by funziona proprio perché indica un blocco. Un funzionamento ridotto al minimo, necessario per sopravvivere, ma non per vivere davvero.
Questo mi riporta a un’idea che tengo con me da tempo. Molto semplificata, forse, ma per me convincente: il determinismo meccanico ha senso quando lo usiamo per pensare la sofferenza, la malattia, il blocco. Lì serve, perchè aiuta a orientarsi, a non perdersi, a capire cosa si ripete.
Ma quando ci spostiamo dall’altra parte, quella del bene, del bello, del giusto, del creativo, la meccanica non basta più. Anzi, diventa dannosa. In quei territori serve altro, come una quota di mistero.
Per anni il pensiero laico ha fatto un errore grossolano consegnando il mistero alle chiese, come se fosse una proprietà esclusiva della religione. In realtà esiste un uso laico del mistero; un mistero che non è oscurità, ma orizzonte. Cammini, e l’orizzonte arretra. Non perché ti sfugga, ma perché ti permette di continuare a camminare.
Questo orizzonte protegge da un abuso del determinismo. Anche la psicoanalisi, a volte, è inciampata lì: nel tentativo di spiegare tutto, di rendere ogni cosa trasparente, prevedibile, risolta.
Ma il lavoro analitico, quando funziona, non trasforma le persone in macchine più efficienti. Le riporta fuori dallo stand by. Riaccende, poco alla volta, i sensi affettivi. E lascia che una parte della vita resti non meccanizzabile. Per fortuna.

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