Benedizione e maledizione

La parola giusta, a volte, è proprio questa: maledizione. Non nel senso teatrale o tragico, ma nel senso più semplice e più duro. Dire male di te, non approvare il tuo andare o non riconoscerlo come legittimo.
Questo entra in gioco ogni volta che c’è un cambiamento che esso sia cercato o imposto. Cambiare città, lavoro, relazione, abitudini, ma anche emigrare, in senso stretto o in senso largo. L’essere umano è straordinariamente adattabile sul piano fisico: può vivere dal Polo Nord all’Equatore, ma sul piano affettivo ed emotivo la faccenda è molto diversa.
Quando un figlio se ne va di casa, non solo per sposarsi, ma per andare nel mondo, a studiare, a lavorare, a vivere altrove, lì serve qualcosa di essenziale. Serve una benedizione; essa è una forma di saluto. È come dire: “Vai, sei cresciuto, è giusto che tu vada. E se, voltandoti, vedi tua madre con una lacrima o tuo padre che tossicchia per non farsi vedere, non fermarti. Quel dispiacere non riguarda te. Riguarda il tempo che passa, la vita che non torna indietro e guai a te se resti per proteggerci dalla nostra commozione”. Una lacrima e un sorriso. Due occhi. Uno piange, l’altro benedice: “Vai, figlio mio. Il tuo andare sia benedetto, noi restiamo qui, di retroguardia. Se mai avrai bisogno, la porta è aperta, non serve avvisare, basta suonare.”
Sto parlando, lo so, di qualcosa che per molti è rimasto un sogno. La mancata benedizione rende tutto più complicato. Mettere radici nuove, in una nuova relazione, in una nuova città, in un nuovo lavoro, senza quella riserva alle spalle, costa il doppio.
Chi non ha ricevuto quella benedizione deve fare un lavoro in più, cioè tenere insieme una verità difficile: la mia vita è mia. La mia identità, i miei valori, le mie capacità e anche i miei difetti sono affare mio. Nessuno può vivere al mio posto, e io non posso vivere al posto di nessun altro.
Quando una persona così parte con la valigia, dentro non ci sono solo vestiti, c’è la sua identità, le mappe per orientarsi fuori da casa che ci si è costruiti da sé.
Nella stanza d’analisi, a volte, il lavoro è proprio questo: trasformare il dolore per ciò che non è stato, in dolore sano. Il dolore per la madre o il padre che avrebbero voluto essere e non sono stati, senza trasformarlo in angoscia, né in colpa, né in vergogna. Il dolore sano non impedisce di vivere, e non vieta le fatiche, le delusioni, le perdite, rendendole invece affrontabili.
Penso spesso a quanto avrebbe dato, quanto darebbe ancora, quel figlio o quella figlia per avere avuto un genitore che facesse festa quando tornava a casa. Festa all’arrivo e benedizione alla partenza.
C’è una poesia poco conosciuta di Pascoli, La piccozza; essa parla della vita come di una scalata su roccia, da soli, con fatica e con rischio. C’è un verso che dice tutto:


“Da me!… Non quando m’avviai trepido c’era una madre che nel mio zaino ponesse due pani per il solitario domani.”

Non c’erano pani benedetti, così bisogna imparare a impastarli da soli. Non perché sia giusto, ma perché è necessario.
Olio di gomito, forza, coraggio. con l’aiuto di altre figure che a volte arrivano “per strada”: un insegnante, un amico, un incontro decisivo. E perchè no, qualche volta anche un bravo psicoanalista. Non per sostituire ciò che è mancato, ma per aiutare a non restare prigionieri della maledizione. E, quando possibile, a inventarsi una benedizione nuova.

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