Disimparare ad aspettare

Ogni tanto mi viene un pensiero un po’ provocatorio. Immagino una legge che autorizzi i ristoratori a ritirare i telefoni all’ingresso e a restituirli a fine pasto. Non per punizione. Per igiene. Mentale.
Come molti colleghi, mi sono convinto che l’aumento degli attacchi di panico abbia a che fare, più di quanto siamo disposti ad ammettere, con l’uso continuo del telefonino. Non perché il telefono “faccia male” in sé, ma perché disabitua a una competenza fondamentale: l’attesa.
L’attesa è preziosa. E se la guardiamo da vicino, scopriamo che è fatta di due ingredienti. La memoria e la speranza.
Immaginiamo una stazione. Stiamo aspettando una persona cara. Il treno è in ritardo. Ci innervosiamo, certo. Ma mentre aspettiamo, accade qualcosa. La memoria ci riporta chi stiamo aspettando, la storia che abbiamo con quella persona. E insieme si affaccia la speranza. Arriverà. Non ci sono notizie di disastri. Aspettiamo. In quell’attesa il tempo si fa tempo umano. Passato e futuro tengono insieme il presente.
Con il telefono sempre in mano, invece, tutto diventa percezione immediata. Connessione in tempo reale. Espressione molto usata, ma profondamente sbagliata. Il tempo non è reale. Reale è l’istante. Il resto è memoria, progetto, desiderio, sogno. Dire “tempo reale” è un errore concettuale. E gli errori di linguaggio, quando si diffondono, non sono mai innocenti.
Quando la norma diventa il “tutto e subito”, l’assenza di risposta diventa insopportabile. Se chiamo e non rispondi, qualcosa va in crisi. Non sono più allenato all’attesa. Ed ecco che compare il panico. O, per dirla meglio, un’angoscia che ha molto a che fare con l’abbandono.
Pensiamoci. Oggi basta premere un tasto e la mamma è lì. “Ciao, dove sei?”. Se per una volta non risponde, il vuoto si apre. Non è normale. Non lo è più.
Il modello è antico. È quello del neonato che si sveglia al buio, ha fame, ha freddo, non vede la madre e strilla. Per lui la madre non è “di là in salotto”. È tutto. E quando arriva, lo consola, lo calma, gli restituisce continuità.
Molti pazienti che arrivano in pronto soccorso convinti di stare morendo raccontano sempre la stessa cosa. Batticuore, mancanza d’aria, terrore. Fretta. Poi, appena entrano in ospedale, qualcosa si attenua. Camici bianchi, persone che vanno e vengono. “Qui non mi lasceranno morire”. Gli esami sono a posto. “Il cuore è sano”. E il panico si scioglie.
Questo dice molto. Non era il cuore. Era l’attesa che non sapevano più sostenere.
Questa dinamica era già presente nel linguaggio comune. Quando salutiamo un amico che parte, diciamo: “Fatti vivo”. Che vuol dire: dammi un segno che esisti. Se non ti sento, potrei pensare che tu sia morto. Lo diciamo come metafora. L’inconscio, però, non conosce metafore. Prende tutto alla lettera.
Così il telefono può diventare una droga. E come ogni droga, produce astinenza. Il corpo sente il battito e lo interpreta come pericolo assoluto. “Se lo sento così forte, come faccio a non crederci?”. È qui che nasce il panico.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia. Ogni epoca ha avuto i suoi strumenti e i suoi rischi. Si tratta di prendere coscienza. Di reimparare a spegnere. A tollerare il vuoto. A stare nell’attesa senza riempirla subito.
Io la chiamerei igiene mentale. Senza fanatismi. Ma con gli occhi aperti.

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