A volte non ce ne accorgiamo subito, ma capita di cercare amici come si cerca un lavoro. Si manda in giro una specie di curriculum implicito. Si mostra il talento, la bravura, ciò che sappiamo fare bene. Una piccola propaganda personale, più o meno consapevole.
C’è poi un’altra propaganda, più silenziosa, che non dovrebbe nemmeno essere necessaria. Quella che passa dalla bellezza. Non dalla bellezza estetica, ma da qualcosa di gratuito, non finalizzato.
L’amicizia non è una cosa “brava”. È una cosa bella. E questa differenza conta. La bravura serve, eccome, ma serve altrove. Serve nel lavoro, nelle prestazioni, nelle competenze. L’amicizia accade in un altro registro. Non si conquista, non si dimostra. Succede.
Succede da bambini, spesso senza sapere come. Poi da ragazzi, e più avanti ancora. C’è sempre qualcosa di misterioso, come nell’amore. Non si sceglie un amico perché è utile, né perché è impeccabile. Lo si riconosce. E basta.
Il lavoro abita nei giorni feriali. Dal lunedì al sabato. Lì il talento è necessario, la competenza fa la differenza, ed è giusto così. L’amicizia, invece, abita la domenica. È festa. Non produce. Non serve. È.
Incontrare un amico che non si vede da tempo è una festa, anche quando non c’è niente di speciale da raccontare. Basta vedersi. “Ma guarda chi c’è”. “È una vita che non ti vedo”. E in quella frase c’è una gioia che non ha bisogno di spiegazioni.
Forse confondiamo le cose quando pretendiamo che anche l’amicizia risponda alle logiche della prestazione. L’amicizia non chiede di essere all’altezza. Chiede solo presenza. Ed è proprio questa gratuità a renderla così rara e così necessaria.