La musica delle parole

C’è un’idea che mi accompagna da tempo, e che ogni tanto torna a farsi sentire con una certa insistenza, come fanno le cose importanti quando non le si vuole liquidare in fretta. Riguarda il rapporto tra musica e parola, e nasce da un dato che, a ben vedere, ha qualcosa di sorprendente.
Uno studioso come Jeremy Montagu sostiene che la musica preceda la parola, e cioè che gli ominidi, prima ancora di organizzare un linguaggio articolato, fossero già in grado di produrre suoni modulati, dotati di intonazione. In altre parole, prima di parlare, l’essere umano ha cantato.
Se ci si pensa senza fretta, la cosa non appare così strana. La musica e la parola, infatti, non sono due mondi separati, ma due forme che si rincorrono, si sfiorano, e spesso si trasformano l’una nell’altra. La parola, quando è viva, porta sempre con sé una traccia musicale. E la musica, quando è autentica, dice qualcosa che somiglia molto a un discorso, anche se non passa dalle parole.
Nella stanza dell’ascolto questo è evidente. Quando una persona parla, non porta soltanto contenuti, ma porta un ritmo, un’intonazione, una cadenza che la precedono e la accompagnano. C’è chi parla in modo spezzato, come se ogni frase dovesse attraversare un ostacolo, chi scivola via veloce, quasi temesse di fermarsi, chi indugia, ripete, torna indietro, come se cercasse una nota che non trova.
Se si ascolta davvero, ci si accorge che ogni racconto ha una sua musica. Alcune narrazioni hanno un andamento regolare e respirabile, altre sono tese, contratte, come se non ci fosse spazio per una pausa; altre ancora oscillano, e in quell’oscillazione rivelano qualcosa che le parole, da sole, non riescono a dire.
Per questo, nel lavoro analitico, non basta capire “che cosa” viene detto, ma occorre anche ascoltare “come” viene detto. Dove il tono si incrina, dove accelera, dove si spegne. È lì che spesso si trova il punto vivo dell’esperienza.
Mi capita allora di pensare che il lavoro che si fa insieme, seduta dopo seduta, assomigli molto a una composizione. Non nel senso estetico del termine, ma in quello più concreto e faticoso del trovare un ritmo comune. Si prova, si sbaglia, si riprende. Si torna sugli stessi temi, che però, ogni volta, suonano in modo leggermente diverso e, come accade nella musica, non esiste un effetto garantito. Il musicista non può sapere che cosa accadrà nell’ascoltatore: offre una forma, ma il significato si compie nell’incontro con chi ascolta. Allo stesso modo, ciò che prende forma tra analista e paziente non appartiene mai a uno solo dei due, ma è un lavoro condiviso, che richiede tempo, fiducia e una certa disponibilità a restare dentro ciò che non è ancora chiaro.
Quando questo accade, quando cioè si crea una condizione sufficientemente sicura, allora qualcosa si muove e non necessariamente in modo eclatante. Piuttosto in modo sottile, come un passaggio da una tonalità a un’altra. Chi ha un minimo di esperienza sa che questi passaggi, proprio perché non fanno rumore, sono spesso i più decisivi.
Resta, a margine, una considerazione semplice, che però continuo a trovare non banale: se la musica ha preceduto la parola, allora forse la comprensione non nasce soltanto da ciò che si dice, ma anche da come si ascolta. Imparare ad ascoltare, in fondo, significa anche imparare a tollerare ciò che non è immediatamente traducibile.
Per questo motivo, ogni tanto, vale la pena lasciare che sia la musica a fare il suo lavoro, senza chiederle spiegazioni. Un brano come “A Heavy Heart” di Anthony Greninger, ad esempio, non chiarisce, non spiega, ma accompagna. E, in certi momenti, accompagnare è già molto.
Chi lavora con le parole lo sa, anche se non sempre lo dice: quando le parole trovano il loro ritmo, smettono di essere soltanto parole. Diventano qualcosa che assomiglia, molto da vicino, alla musica.

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