Basta poco per capirlo. Una scheggia piantata nella pelle, finché resta lì, non è affatto una cosa da poco. È piccola, ma basta un movimento sbagliato perché faccia un male feroce. A volte sanguina, a volte pulsa. Finché è scheggia, non è sana. L’unica possibilità è toglierla, disinfettare, lasciare che la ferita faccia il suo corso e, dopo un po’, vedere comparire una cicatrice.
Il dolore sano assomiglia a una cicatrice: la ferita aperta sanguina, la cicatrice no. È memoria di ciò che è accaduto. E per sua natura, porta sempre con sé una quota di dolore, anche quando ricordiamo qualcosa di bello. Perché ricordare significa riconoscere che quel qualcosa non è più qui. È stato ed è accaduto. L’irrevocabilità del tempo fa parte del dolore umano più comune e più sano.
Quando ricordiamo un momento felice della nostra vita, il dolore non sta nel contenuto del ricordo, ma nel fatto che appartiene al passato. Il tempo non torna indietro, anche se accettarlo costa. Ma è un costo che testimonia valore: valeva, se fa male perderlo.
Il solo risarcimento possibile per ciò che non torna è la memoria. Non c’è altro. E allora, anche una scheggia, se viene elaborata, può trasformarsi in cicatrice. Non scompare. Cambia statuto. Non punge più a ogni movimento. Diventa parte della storia.
In amore questo è particolarmente evidente: ogni legame autentico comporta una quota di dolore. Siamo fortunati quando è dolore sano, quando non diventa angoscia, né violenza. Il dolore sano non chiede vendetta, ma riparazione, rielaborazione, tempo.
È doloroso per un bambino scoprire che l’amore totale per la madre incontra un limite. Quel limite prende spesso una forma semplice: “ora vai a dormire nel tuo letto”. È doloroso anche per la madre, e per il padre, accorgersi che quel bambino cresce in fretta, diventando ragazzo e poi uomo che un giorno si innamorerà e se ne andrà altrove.
Lì convivono una lacrima e un sorriso. La lacrima per il tempo che passa. Il sorriso come augurio. Vai, il mondo è grande e non c’è bisogno che tu conquisti chi ti ha messo al mondo. L’hai fatto dal primo giorno.
Eppure il dolore resta, perché era bello averti lì accanto. La quotidianità condivisa era una bellezza silenziosa. Ogni gioia che se ne va lascia un vuoto. E ogni nuova gioia conquistata da un figlio comporta un dolore che ogni genitore dovrebbe accettare di pagare. Mettere al mondo figli, nipoti, significa anche mettere al mondo coloro che un giorno ci seppelliranno. Non è una frase cinica, ma un modo sobrio di dire il legame tra vita, perdita e continuità.
Questo è, per come l’ho imparato, il dolore sano.
Purtroppo anche il dolore può ammalarsi e può diventare angoscia. Il dolore sano è democratico e convive con gli altri affetti. Sta nell’arcobaleno emotivo come un colore tra gli altri. L’angoscia, per contro, è un’onda nera. E il nero non è un colore, ma assenza di luce.
Se volessi descrivere la psicoanalisi in modo semplice, direi che è un lavoro che tenta di restituire i colori dove c’è solo il nero. Anche il dolore deve tornare a essere un colore. Non il padrone della scena. Non l’unica tonalità possibile.
Restituire l’arcobaleno degli affetti là dove è stato inghiottito dall’oscurità: questo, per me, è il senso di un’analisi. Non cancellare le cicatrici, ma far sì che non sanguinino più.