L’oscuro non è il mistero. Tendiamo a usarli come sinonimi, ma non lo sono. L’oscuro ha un colore che disturba. È il buio che spaventa i bambini. È ciò che inquieta, che pesa, che sembra minacciare. Il mistero, invece, ha un’altra qualità. Non è greve. È un orizzonte.
L’inconscio contiene entrambe queste dimensioni. È pieno di zone oscure, certo. Parti non viste, non pensate, che fanno paura proprio perché non hanno ancora parole. Ma contiene anche il mistero, in un senso diverso. Un mistero che non schiaccia, ma invita. Più cammini, più ce n’è davanti. Ed è questo che rende possibile continuare a camminare.
Nella storia del pensiero freudiano, su questo punto, ci sono state anche ingenuità. Il giovane Freud poteva permettersele. Quando scriveva “dove era l’Es, lì sarà l’Io”, sembrava immaginare una sorta di conquista definitiva. Come se bastasse illuminare tutto e il lavoro fosse concluso. O quando si parlava di analisi “completa”, intendendo un inconscio interamente portato alla coscienza. Erano altri tempi. Anche le analisi duravano pochi mesi.
Oggi sappiamo che l’analisi non è mai completa. E, per fortuna, non deve esserlo. A un certo punto finisce il lavoro con l’analista, questo sì. Ma non perché sia stato chiarito tutto. Finisce quando la persona ha imparato il mestiere.
Il mestiere di stare con se stessa. Di camminare con le proprie gambe.
L’analisi non è un percorso per arrivare in un luogo. È un percorso per imparare a camminare. E questa differenza cambia tutto.
Succede spesso che un paziente chieda cosa fare. Dove andare. Quale scelta prendere. Non rispondo a queste domande nel modo diretto che ci si aspetterebbe. Non per astuzia, non per sottrarmi. Rispondo alla domanda interpretandola. “Che cosa la fa pensare di non saper scegliere?”. È lì che sta il lavoro.
Un adulto che chiede cosa fare nelle scelte decisive della propria vita chiede, senza saperlo, di essere sostituito. In passato, prima della psicoanalisi, questo accadeva più spesso. Si davano consigli. A volte buoni, a volte pessimi. Ma sempre eteronomi. La risposta più onesta, invece, sarebbe: non lo so. Non perché non mi importi, ma perché nessuno può decidere al posto tuo nella tua vita.
L’analisi, per come la intendo, è una palestra. Non una meta. Serve a chi zoppica senza essersene accorto. A chi ha sempre camminato, ma appoggiandosi troppo a qualcosa o a qualcuno.
In questo senso, l’oscurità merita un progetto di chiarificazione. Va illuminata, poco alla volta, con pazienza. Il mistero no. Il mistero, più lo indaghi, più si sposta in avanti. E non per frustrare, ma per ricordarci che sapere non significa chiudere, ma aprire.
Più sappiamo, più sappiamo di non sapere. Questo è il mistero. E finché resta, garantisce la curiosità. Finché resta, ci permette di guardare il nostro mondo e quello degli altri con interesse, con rispetto, con piacere. In fondo, è anche questo che rende possibile il piacere di esserci.