
Mi è capitato più volte di ascoltare persone depresse, ma depresse sul serio, non per modo di dire. E quasi sempre, prima o poi, tornavano due frasi. La prima: “La mia vita non ha più senso”. La seconda, detta magari con meno enfasi ma con la stessa gravità: “Non so mai cosa dire quando incontro le persone. Da sole o in gruppo è uguale”.
All’inizio sembrano affermazioni diverse. Una esistenziale, l’altra sociale. Poi, ascoltandole con calma, ci si accorge che parlano della stessa cosa. Quel “non so cosa dire” è parente stretto del “la vita non ha senso”. Come se l’impossibilità di parlare e l’impossibilità di sentire senso fossero due facce dello stesso vuoto.
In fondo, se mi chiedono cos’è il senso della vita, la risposta che mi viene, lavorando, è questa: il senso della vita sta nel poterne parlare. Non in astratto. Con qualcuno. Davanti a qualcuno. Dentro una relazione.
La parola non è un accessorio. È ricorsiva. Produce senso mentre circola. Il senso nasce nella significazione, nel piacere di ascoltare ed essere ascoltati, di comprendere ed essere compresi. È qualcosa che assomiglia molto all’amore. Un “ti capisco” profondo ha lo stesso peso di un “ti voglio bene”. Dice: ti vedo, ti riconosco, sei con me.
Quando parlo di parola non intendo solo le frasi ben costruite. Anche un gesto è parola. Un silenzio abitato è parola. Il tono della voce è parola. Tutto ciò che permette a due persone di sintonizzarsi appartiene a questo campo.
Finché la parola c’è, non ci poniamo troppe domande sul senso della vita. Così come non ci chiediamo cos’è l’aria mentre respiriamo. Ce ne accorgiamo solo quando manca. È allora che capiamo quanto fosse vitale.
Succede lo stesso con la parola. Quando, per mille ragioni, viene meno, il senso comincia a vacillare. È in quel punto che emergono domande angosciate. “Che senso ha?”. “La mia vita non ha più senso”. “Non so più cosa dire”. Non sono riflessioni filosofiche. Sono segnali clinici. Dicono che qualcosa non circola più.
Il lavoro, allora, non è trovare risposte alte. È rimettere in moto la possibilità di dire, poco alla volta. Restituire uno spazio in cui la parola possa tornare a fare il suo mestiere. Non spiegare la vita, ma renderla di nuovo parlabile. Quando questo accade, il senso non arriva come una rivelazione. Arriva come un sollievo. E spesso basta.