Ricordare, essere ricordati

Ricordare ed essere ricordati non sono la stessa cosa, ma stanno molto vicini. Forse troppo perché ce ne accorgiamo subito. Eppure, a pensarci bene, essere ricordati è una delle precondizioni per essere riconosciuti.
Succede a volte, per strada. Incontri un vecchio compagno di liceo. All’inizio c’è un momento di incertezza. Lo guardi e pensi: siamo cambiati entrambi, però… sì, è lui. E nello stesso istante vedi che anche dall’altra parte accade qualcosa di simile. Ci si riconosce. Scatta un sorriso, spesso un abbraccio. Poi arriva quasi sempre la stessa frase: “Ma dove sei finito? Non ti si è più visto”.
In quel breve scambio c’è molto più di quanto sembri. C’è il piacere, un po’ misterioso, del riconoscersi attraverso il ricordo. Ed è forse per questo che riconoscenza e gratitudine si tengono per mano, quasi fossero la stessa parola detta con accenti diversi.
Nel lavoro clinico, quando qualcuno mi dice di avere pochi ricordi del passato, cerco di ascoltare bene cosa sta dicendo. Spesso non è una mancanza di memoria in senso stretto. È una memoria che non riesce ad andare troppo indietro. “I miei ricordi cominciano dalla prima media”, mi capita di sentire. Non prendo mai questa affermazione alla lettera. Ma non posso nemmeno ignorare che, in effetti, è un ricordo un po’ tardivo.
Il bambino piccolo non può ricordare da solo. Per questo esistono i grandi. Qualcuno che faccia da porta-ricordi. Di solito una madre, un padre, o chi ne fa le veci. “Sai che quando avevi un anno sei caduto così…”, “Ti ricordi che eri bravissimo a lanciare aeroplanini di carta?”. Attraverso questi racconti, il bambino riceve una memoria che non è ancora sua, ma che lo diventerà.
Non sapremo mai con certezza se i ricordi più antichi siano davvero immagini registrate da noi o piuttosto racconti ascoltati e poi interiorizzati. Forse non è nemmeno così importante saperlo. Ciò che conta è che qualcuno abbia ricordato per noi, prima che fossimo in grado di farlo da soli.
Essere ricordati è una funzione vitale per il sentimento dell’identità. Non a caso, in molta letteratura, il desiderio di essere ricordati coincide con il desiderio di non scomparire del tutto. Nel Purgatorio di Dante, tanti personaggi chiedono proprio questo. “Ricordati di me”. Come la Pia. Essere ricordati diventa una forma di riconoscimento, e forse anche una prova d’amore.
Dentro la parola ricordare c’è il cuore. Ri-cor-dare. Non si può affermare che questo sia scientificamente fondato. Ma poeticamente lo è, e a volte la poesia dice il vero con più precisione della scienza.
Su questo punto, devo ammetterlo, i francesi hanno trovato una formula più chiara della nostra. Per dire “imparare a memoria” dicono apprendre par cœur. Imparare per via di cuore. Non so se serva aggiungere altro.

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