Un finale possibile

Ogni tanto, nel lavoro e fuori dal lavoro, mi capita di incontrare persone che portano addosso una mancanza difficile da nominare. Non una ferita evidente, non un trauma spettacolare. Piuttosto l’assenza di quella che potremmo chiamare una “certificazione di qualità”. Qualcosa che non è arrivato in tempo. Uno sguardo, una conferma, un riconoscimento che avrebbe dovuto dire: vai bene così.
La domanda, prima o poi, si presenta. Quale può essere un finale possibile per una storia così?
Non una soluzione brillante. Non una riparazione tardiva. Piuttosto una presa di coscienza. Che non è un’illuminazione improvvisa, ma un lavoro lento. Significa togliere attenzione, energie, passione a un compito impossibile. Quello di ottenere oggi ciò che avrebbe dovuto arrivare allora. Un compito che promette molto e restituisce pochissimo, se non stanchezza.
La presa di coscienza apre uno spazio di sospensione. È lì che può interrompersi la coazione a ripetere. Quel movimento ostinato che porta a cercare sempre la stessa cosa, nello stesso modo, sperando che questa volta vada diversamente. Ripeti oggi, ripeti domani. E quando non trovi ciò che cerchi, invece di fermarti, ripeti ancora.
A un certo punto, se la ripetizione si incrina, nasce una domanda vera. Perché cerco proprio questo? Perché lo cerco qui, ora, quando in realtà appartiene a un là e allora che non può essere riportato in vita? Quando si riesce a fare questa distinzione, succede qualcosa di delicato. Il passato smette di fingersi presente. E il presente smette di essere inchiodato al passato.
Questo passaggio chiede una rinuncia. La rinuncia all’onnipotenza. Non quella dichiarata, ma quella segreta, ostinata, che fa credere che insistendo abbastanza si possa piegare il tempo. L’onnipotenza appartiene solo a chi sta fuori dal tempo. L’essere umano, invece, vive dentro il limite.
Accettare il limite significa accettare un dolore pulito. Non l’angoscia, che confonde e promette scorciatoie, ma il dolore dell’assenza. L’assenza di una madre, di un padre, di ciò che non è stato. Un dolore che non si risolve, ma che può essere abitato senza che diventi un comando.
Quando questa rinuncia avviene, cambia anche il modo di desiderare. Nella realtà non si incontrano sostituti. Si incontrano persone. Donne e uomini che possono essere illuminati dal desiderio, ma che non coincidono con chi è mancato allora. Non c’è rimedio per questo. Il passato non è revocabile. Non torna indietro.
Accettarlo non rende felici in modo garantito. La felicità non è un diritto acquisito. Esiste, semmai, il diritto alla ricerca. E la felicità, quando arriva, non lo fa come stato permanente. Arriva a tratti. Come sorpresa. A volte con una qualità quasi poetica.
Penso spesso a una frase attribuita a Cézanne. Immaginate di essere appena morti. Freschi di morte. Vi accorgete che c’è qualcosa che non avete fatto in tempo a chiudere. Chiedete di tornare in vita per un’ora. In quell’ora, dice Cézanne, una goccia di rugiada su un filo d’erba sarebbe capace di commuovervi fino alle lacrime.
In questa immagine convivono due tensioni. Il sogno di eternità, che l’arte tenta di trattenere fermando il tempo. E, insieme, la consapevolezza della nostra comune, universale moribilità. È forse in questo punto che si gioca un finale possibile. Non risolutivo. Ma umano.
So che non è semplice da intendere e nemmeno da dire una volta per tutte. Probabilmente è un pensiero che va ripreso, lasciato decantare, riattraversato. Forse riuscirò a spiegarlo meglio in altri momenti, quando riprenderò questo tema che non smette di interrogarmi.

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