
C’è una distinzione che nel lavoro clinico imparo a rifare ogni volta, anche quando penso di averla già chiara. È la distinzione tra ciò che va definito e ciò che, invece, si sottrae alla definizione senza chiedere permesso.
A meritare di essere definito è il male. La malattia, la sofferenza, il sintomo. Definire, in questo caso, significa circoscrivere. Dare un contorno a qualcosa che altrimenti dilaga, confonde, invade. È un atto necessario. Serve a rendere il male affrontabile, pensabile, trattabile. Senza una definizione, la sofferenza resta un magma indistinto che spaventa e paralizza.
Ma non tutto funziona così. Ci sono esperienze che, nel momento stesso in cui proviamo a definirle, perdono qualcosa di essenziale. La poesia, per esempio. La felicità. La sanità stessa. La sanità non è “normale”. È, semmai, sorprendente. E la sorpresa non ama essere chiusa in una formula.
Lo vedo anche fuori dalla clinica. Critici d’arte, di letteratura, di musica, di cinema si affannano a definire. A stabilire cosa un’opera “è”, cosa “significa davvero”. Lo fanno con competenza, spesso con intelligenza. Eppure ho sempre avuto l’impressione che, in questa corsa alla definizione, si perda qualcosa. Perché una poesia, un romanzo, un film che conta davvero ha il diritto di sorprenderci ogni volta. Alla prima lettura, alla seconda, alla decima. Se smette di sorprenderci, forse non era poi così vivo.
Penso a Dante, a Manzoni, ma potrei pensare anche a scene di cinema che mi accompagnano da anni, come The Sunset Limited (2011) o Angel-A (2005). Ogni incontro riapre un senso nuovo. E questo non perché sia cambiato soltanto io, ma perché l’opera stessa contiene uno spazio che non si lascia esaurire. Fare posto alla sorpresa significa riconoscere questo spazio.
Per la stessa ragione, credo che la persona non vada definita. Il suo male sì. Il suo sintomo sì. Anche il suo delitto, se c’è, va nominato e circoscritto. Ma la persona no. Perché la persona, in quanto singolare, unica, irripetibile, non coincide mai con una definizione.
Quando definiamo una persona, anche con le migliori intenzioni, corriamo sempre un rischio. Quello di fare torto a qualcosa di più profondo. Alla verità che eccede le nostre categorie, i nostri modelli, le nostre diagnosi. Nella pratica clinica le definizioni servono. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma vanno usate sapendo che sono strumenti, non verità ultime.
Forse il lavoro più delicato, per chi ascolta la sofferenza degli altri, sta proprio qui. Nel sapere quando definire e quando fermarsi. Nel riconoscere che c’è un punto oltre il quale le parole non devono stringere, ma lasciare spazio. Perché è lì, spesso, che qualcosa di vivo continua a muoversi.