La curiosità come posizione clinica
Fare psicoanalisi è stata, ed è ancora, una piccola rivoluzione silenziosa nel modo in cui gli esseri umani pensano e parlano di sé. Non lo dico per enfasi teorica. Lo dico perché lo vedo accadere ogni giorno, nello spazio ristretto e concreto dello studio, tra una sedia, un lettino e una voce che prova a raccontarsi.
Ogni volta resto colpito da quello che, senza troppa retorica, posso chiamare un prodigio ordinario. La narrazione della sofferenza. Una persona entra e comincia a parlare. Porta parole già usate, pensieri già pensati, storie raccontate mille volte. Eppure, nel momento in cui prende forma una parola detta lì, in quel contesto, qualcosa si muove. La parola del paziente tenta di dare un ordine all’esperienza. La parola dell’analista prova a inclinarla, a restituirle un altro possibile senso.
Mi sorprende ancora. Davvero. Non è una posa professionale. Non penso mai “sì, va bene, so già come va a finire”. Ogni volta che suona il campanello mi accorgo di una curiosità autentica. Mi chiedo cosa porterà oggi questa persona. Non il “caso clinico”, non la diagnosi. Questa persona, con il suo modo unico di inciampare sempre negli stessi punti.
Questa capacità di sorpresa è, per me, una sorta di vaccino. Protegge dall’onniscienza, che in analisi è una tentazione sottile e pericolosa. Chi crede di sapere già, smette di ascoltare. E quando l’ascolto si spegne, il lavoro è finito anche se le sedute continuano. La sorpresa, invece, tiene aperta la curiosità. E la curiosità nasce dal riconoscere che in ogni essere umano c’è una zona opaca, irriducibile, che non chiede di essere conquistata ma rispettata.
L’uomo è uno scandalo della materia vivente. Simile agli altri, sì. Identico, no. Ognuno coincide solo con se stesso. Questo ha una conseguenza importante. Dell’individuo non si può fare una scienza in senso stretto. Si può fare esperienza, conoscenza, incontro. Ma la scienza vive di ripetizione, di regolarità, di leggi. Funziona così, ed è giusto che lo sia.
In psicopatologia non c’è originalità strutturale. Un sintomo ossessivo segue logiche riconoscibili. Da questo punto di vista, visto un ossessivo, visti tutti. Ma poi entra Mario Rossi. E a quel punto tutto cambia. Perché Mario Rossi non è il suo sintomo. È il modo unico in cui quel sintomo si è intrecciato con la sua storia, il suo corpo, le sue relazioni.
È qui che il lavoro dell’analista, del terapeuta e in fondo anche del medico, deve imparare a camminare su due gambe. Una è quella scientifica. Riconoscere la malattia, sapere dove guardare, sapere cosa è in gioco. L’altra è quella clinica. E la clinica non è una tecnica, è un’arte. Clinica significa inclinarsi. In un certo senso, inchinarsi. Riconoscere che davanti a me c’è qualcuno che porta una quota di mistero che non mi appartiene.
Lo dico in modo laico. Non c’è nulla di religioso in questo. C’è il rispetto per ciò che non si lascia ridurre a schema.
Il lavoro analitico assomiglia a un cammino. Si procede parlando, passo dopo passo. Si dissoda il terreno mentre si cammina. E l’orizzonte, invece di avvicinarsi, arretra. All’inizio questo può sembrare frustrante. Poi si capisce che è una fortuna. Perché l’orizzonte che si sposta garantisce la curiosità. E la curiosità è una condizione necessaria per il piacere della conoscenza.
Anche quando la seduta diventa pesante. Succede. Quando la stanza si riempie di angoscia, quando le parole sembrano non bastare, quando il dolore è denso. Se analista e paziente restano abitati da questa curiosità, da questa disponibilità al mistero, la fatica cambia qualità. Non scompare. Ma si fa più leggera. Più condivisibile.
Forse è anche per questo che, dopo tanti anni, quel campanello continua a suonare. Non come segnale di un sapere acquisito, ma come apertura a ciò che non so ancora. Ed è lì che il lavoro, per me, continua a respirare.