Quando la vita ci chiama

Ci sono momenti in cui la vita chiama. Non urla, non suona l’allarme. Bussa. A volte appena. E se non stiamo un minimo in ascolto, passa oltre.

Non succede spesso. Direi poche volte, tre o quattro in un’intera esistenza. I più fortunati forse sette, otto. Non di più. Non perché la vita sia avara, ma perché questi richiami chiedono una disponibilità che non sempre abbiamo. E allora la vita, educata, non insiste.

Ci chiama per invitarci a prenderci cura di noi. Di qualcosa che è rimasto in ombra, acquattato dietro la nostra presenza sociale, funzionale, performante. Qualcosa che non abbiamo ancora capito, o che abbiamo capito ma mai detto. Né agli altri, né a noi stessi. A volte neppure pensato fino in fondo.

Il richiamo non arriva mai sotto forma di manifesto. Piuttosto come un disagio vago. Una stanchezza che non passa. Una sensazione di svuotamento. Un’insoddisfazione che non si lascia nominare facilmente. Altre volte prende la forma di una perdita improvvisa. Oppure di un incontro. Una persona che parla di cose che fino al giorno prima ci lasciavano indifferenti, e che all’improvviso ci riguardano da vicino, senza chiedere permesso.

Talvolta è un amore. Di quelli che scompigliano. Che non rientrano nei piani. Che non somigliano per niente a ciò che pensavamo di volere. E proprio per questo costringono a fare i conti. A rivedere le mappe. A fermarsi.

La vita chiama per salvarci dall’essere “come tutti gli altri”. Che poi è un’espressione curiosa, perché siamo tutti simili, sì, ma identici solo a noi stessi. Eppure passiamo buona parte del tempo a inseguire modelli, schemi, luoghi comuni. A ripetere un passato che, invece di sostenerci, ci toglie respiro. Anni. Gioia.

Il richiamo serve a questo. A riportarci verso la nostra differenza. Che non è un vezzo, né un capriccio narcisistico. È la cosa più preziosa che abbiamo. E anche la più difficile da custodire.

Non è un compito facile, soprattutto oggi. In un’epoca in cui tutti vogliono assomigliare a tutti. In cui il lifting promette di cancellare il tempo invece di attraversarlo. In cui i selfie, da gesto innocente, sono diventati un comportamento di massa, una dichiarazione silenziosa ma costante: “Guardami. Dimmi chi sono”. Essere autentici, in questo clima, sembra quasi un dettaglio secondario. Un lusso. Quando invece è una necessità vitale.

La musica, qualche volta, aiuta a sentire questi richiami senza doverli spiegare. Per questo mi capita di ascoltare con piacere Ludovico Einaudi. Non saprei dire con precisione perché. E forse va bene così. Ci sono consonanze che non chiedono definizioni. In certi momenti, alcuni suoi brani riescono a dire in musica ciò che il pensiero fatica ancora a formulare.

A ciascuno il proprio significato. Anche nessuno, se serve.

Buon ascolto.

Una mattina

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