Nessun bambino, dico nessun bambino, entra volentieri in una stanza buia. Non parlo del neonato, ma di chi ha già qualche anno sulle spalle, e spesso le bambine lo sanno dire con più chiarezza. Per attraversare quella soglia serve una mano grande, una manona adulta che accompagni.
Il motivo è semplice, ma non banale.
Se il bambino fosse uno scienziato, sarebbe tenuto alla neutralità del metodo. “Se non vedo, non vedo.” Punto. Ma il bambino non è uno scienziato. E per fortuna. Se non vede perché è buio, non vede il nulla, vede il non. Vede il negativo. Dove manca la luce, compare una presenza altra. Il lupo.
Il bambino non entra da solo nella stanza buia perché, nel buio, l’assenza non resta assenza. Si anima. Diventa minaccia. È lo stesso meccanismo per cui la mamma che in quel momento non c’è, la mamma non visibile, la mamma “buia”, può trasformarsi in una strega. È una dinamica ben nota, che Melanie Klein ha descritto con grande precisione. Quando l’oggetto buono sparisce, il mondo interno si popola di figure persecutorie.
Il buio è assenza. Ma l’assenza, nella vita psichica, difficilmente resta neutra. Diventa presenza negativa.
Le fiabe lo sanno da sempre. C’è quasi sempre un bambino che si perde nel bosco. Il bosco è buio, intricato, minaccioso. Poi, a un certo punto, compare un lumino. Lontano. Piccolo. Quasi incerto. Ma è sufficiente. Il bambino orienta i passi verso quella luce, e man mano che si avvicina, la paura si ritira. Finché c’è luce, l’angoscia dell’abbandono si placa.
Siamo fatti così. Prima ancora di essere razionali, siamo immaginativi. E l’immaginazione, quando non è sostenuta da una presenza buona, lavora contro di noi.
È per questo che, tornando a Freud, l’inconscio allo stato puro appare come un luogo popolato da fantasmi. Non perché sia cattivo in sé, ma perché è ignoto. E ciò che non conosciamo, lo temiamo. Dove non c’è parola, cresce il lupo.
Col tempo ho imparato a considerare l’interpretazione necessaria, oltre che legittima, solo nei luoghi della sofferenza. Nei luoghi bui. In quelli dove qualcosa spaventa, stringe, perseguita. Lì sì, serve una luce. Serve una parola che rischiari.
Nei luoghi della felicità, invece, l’interpretazione è superflua. E spesso pericolosa. La felicità non ha bisogno di essere spiegata. Basta vederla. Abitarla. Lasciarla stare nella sua luce.