“Perché affezionarsi, dottore, tanto prima o poi tutti se ne vanno.”
Me lo dice Tizio con un tono che non è polemico, è stanco.
Di solito rispondo con una battuta, non per schivare il tema ma per scaldarlo un poco.
“Perché allora non restare chiusi in casa, visto che fuori c’è sempre il rischio di prendersi un malanno?”
Detta così non centra il bersaglio, lo so. Ma serve a far intravedere una cosa. Chi parla in questo modo non sta sostenendo una filosofia di vita. Sta raccontando una storia di dolore andato storto.
Quando Tizio ha perduto un oggetto d’amore, una persona, una relazione, una situazione importante, non ha incontrato il dolore sano. Quello che certifica il valore di ciò che si è perso. Ha incontrato l’angoscia. E l’angoscia non consola, non accompagna, non fa passare. Stringe, toglie il fiato, isola.
Così la sua logica diventa comprensibile. Se un cibo mi fa stare male, smetto di mangiare. Se affezionarmi mi espone a una sofferenza insopportabile, smetto di affezionarmi. Difesa rozza, ma coerente.
Il punto è che il dolore sano è dolore, sì, ma è sano. Non va evitato. Va attraversato. È uno strumento della vita, non un suo errore.
Su questo vale la pena chiamare in causa Freud, senza farne un santino. Nel saggio Lutto e melanconia del 1917 scrive:
“E’ peraltro assai rimarchevole il fatto che nonostante il lutto implichi gravi scostamenti, rispetto al modo normale di atteggiarsi di fronte alla vita, non si pensa di considerarlo uno stato patologico e di affidare il soggetto, che ne è afflitto, al trattamento del medico.”
Il lutto non è una malattia. L’angoscia sì. La disperazione sì. Il lutto no.
A volte il paziente è ancora più esplicito.
“Dottore, io non voglio che la psicoterapia mi faccia riguadagnare la speranza.”
Capisco cosa intende. La speranza espone. Illude, delude, fa male. E allora rispondo così:
“Se non vuole che io lavori per le sue speranze, mi dà almeno il permesso di lavorare per i suoi desideri, per i suoi appetiti?”
Di solito sorride. Non si accorge subito che ho spostato di poco la parola. Ma desiderio e speranza sono parenti stretti.
Poi aggiungo, se serve:
“Lei dice che spesso le manca il respiro. Bene. Allora lavoriamo perché possa respirare a pieni polmoni. La speranza si chiama anche respiranza.”
La sua strategia, infatti, è come chiedermi di togliergli fame e sete per attraversare il deserto. Se non ho appetito, non soffro la mancanza di cibo. Se non ho desideri, non soffro le perdite. Ma non è vivere. È resistere. E neppure troppo a lungo.
Mi dice, in fondo: “Voglio evitare le delusioni liberandomi delle illusioni.”
Ma non tutte le speranze sono illusioni. Alcune sì. Certo. Desiderare le stelle è un’illusione, lo dice la parola stessa: de-sidera, mancanza delle stelle. Non possiamo tirarle giù dal cielo. Ma questo non rende illusorio ogni desiderio.
Quello che sento, più sotto, è altro. Che ogni volta che ha perso qualcosa di caro è rimasto solo. Nessuno ha condiviso il suo dolore. Niente lo ha reso sopportabile. Perché il dolore sano si presta alla condivisione. Si chiama condoglianza. È stare accanto a chi piange.
Le persone depresse, invece, rifiutano la consolazione. Si voltano dall’altra parte. Non perché non ne abbiano bisogno, ma perché non credono più che possa servire.
Così, quando ha perso l’oggetto della speranza, ha creduto conveniente perdere anche l’appetito. Ma la speranza è un appetito. E perderlo non protegge dalla morte, protegge solo dal vivere.
Quando si perde un oggetto d’amore c’è un dolore da attraversare. Si chiama lutto. Viene da lugere, piangere. C’è da piangere, sì. Ma nessuno è mai morto di lutto. Si può morire di disperazione, questo sì.
Il lavoro allora diventa semplice e difficilissimo insieme. Imparare a piangere. E, se possibile, imparare a lasciarsi consolare. Le ferite sanguinano, certo. Ma non tutte sono mortali. Anche quel bambino che si taglia un dito e corre dalla madre, spaventato dal sangue. Se la madre non si spaventa, il mondo resta abitabile.
Ricordo un bambino così orgoglioso delle sue ferite che chiedeva un cerotto anche sul braccio sano.
Quel bambino è diventato dottore.