Sul silenzio, l’attesa e le false promesse della connessione

Chi fa il mio mestiere, prima o poi, è costretto a imparare una distinzione che non è tecnica, ma etica. Essere disponibili non significa essere onnipotenti. E nemmeno onniscienti. La disponibilità, quella vera, ha un luogo preciso. Si chiama stanza delle parole.

È lì che accade la comunicazione che conta. Non solo quella che riguarda i contenuti profondi, ma anche quella apparentemente più banale. “Vengo”. “Non vengo”. “Arrivo in ritardo”. Anche il setting parla. Forse parla più di quanto immaginiamo.

Tolgo subito dal tavolo una quota del tutto personale. Io non amo i messaggini. Ma anche una volta messa tra parentesi questa antipatia, resta qualcosa di più strutturale. La voce viva dice. Dice sempre di più di quanto vorrebbe dire. Il tono, il ritmo, le esitazioni, le accelerazioni. Una paziente che dice al telefono “Vorrei disdire” non dice la stessa cosa di una paziente che scrive “Non vengo”.

Le comunicazioni di mancata seduta, se possibile, andrebbero fatte in viva voce. Non per formalismo. Per realtà. Certo, esistono le eccezioni. Il ponte crollato, il treno fermo, l’imprevisto serio. Ma nella normalità, il “non verrò venerdì” non è una notifica. È una relazione che si muove. E come tale merita una voce, meglio ancora uno sguardo.

Ho l’impressione che soprattutto noi terapeuti più giovani, anche per stare al passo coi tempi, tendiamo a consentire un uso eccessivo dei mezzi rapidi. In che senso eccessivo? Nel senso che il messaggio consegna un fatto compiuto. Non apre uno spazio. Lo chiude.

Al telefono posso dire: “Va bene, prendo nota. Ci rivediamo lunedì”. Nel messaggio, invece, arriva una frase. Poi nasce la tentazione di rispondere con un’altra frase. E poi un’altra ancora. Come coi cioccolatini. Uno tira l’altro. Solo che qui non si ingrassa il corpo. Si intasa il legame.

Tra persone che si vogliono bene, il messaggio può anche funzionare. Ha una sua funzione ludica, affettiva. Ma nella relazione terapeutica fa una promessa che non può mantenere. Una promessa pericolosa. “Io per te ci sono sempre”. Non è vero. Non è realistico. E soprattutto non è sano.

Mi è stato riferito da fonte autorevole che la curva di diffusione dei telefoni cellulari dagli anni Novanta in poi e quella degli accessi al pronto soccorso per attacchi di panico procedono in parallelo. Questo non dimostra nulla, lo so. Ma indica qualcosa. Indica una difficoltà crescente a tollerare l’attesa.

L’attesa è diventata insopportabile. Perché ci è stata promessa una presenza continua. Risultato. Chiamo, non risponde. Panico. “È morto”. Non rispondo perché sono occupata. Panico speculare. “Mi ha abbandonato”. Sembra una caricatura. Ma chi lavora clinicamente sa che non lo è affatto.

A guardarlo bene, l’attacco di panico non è altro che angoscia abbandonica. I bambini, tutti i bambini, temono più l’abbandono che il dolore. Per farmi male devi esserci. Per abbandonarmi, basta sparire. E questo terrore resta. Negli adulti. Negli ex bambini. A volte fino alla distruzione reciproca.

Il punto è sempre lo stesso. Non siamo più allenati ad attendere. Tutto subito. Ora. Adesso. Life is now, ci ripetono. Una sciocchezza rumorosa. La vita non è solo adesso. L’adesso è troppo breve per reggere il peso del senso. La vita è storia, memoria, speranza. È ciò che è stato e ciò che può ancora venire.

Per questo, se e quando un paziente dovesse incontrare il mio silenzio davanti a un messaggio, lo dico con chiarezza. Non è scortesia. È rispetto. Per lui. Per me. Per quella stanza delle parole che non vibra, non lampeggia, non promette l’impossibile. Ma resta e sa attendere.

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