La cosiddetta regola fondamentale della psicoanalisi è, a mio avviso, una trovata geniale. Geniale perché al paziente non viene chiesto di essere bravo. Non gli viene chiesto di impegnarsi nel senso abituale del termine, né di dimostrare qualcosa, né di arrivare da qualche parte. Gli viene chiesto altro. O meglio, gli viene concesso qualcosa.
L’invito è questo: lasciarsi pensare ad alta voce, come viene viene. Che detto in modo ancora più semplice significa: tu mi interessi, qualsiasi cosa ti venga in mente. Dalla mente alla voce, senza passaggi obbligati.
È una regola di impronta freudiana che contiene, in forma molto discreta, una critica radicale alla bravura e alla pretesa. Qui non si pretende nulla. Non si chiede performance. Non si chiede correttezza. Si offre uno spazio di libertà.
È come dire: io non esigo, non misuro, non valuto. Ti auguro piuttosto di poterti permettere la libertà. E sappi che, almeno qui, io sono partigiano della tua libertà. Non ti chiedo di dimostrare nulla. Davanti al professore di matematica ci viene chiesta la bravura di dimostrare il teorema di Pitagora. Qui no. Qui non c’è da “parlare bene di”, ma da lasciarsi dire.
Un buon analista, in questo senso, assomiglia a un genitore che non chiede. A una madre che non pretende dal suo bambino di essere bravo. Certo, più avanti servirà imparare, controllare, diventare capaci. Imparare il vasino, per esempio, richiede bravura. Ma prima di tutto, molto prima, i bambini hanno diritto a essere trovati belli. Cioè ben voluti, gratuitamente.
Molti pazienti arrivano con il timore che anche io, prima o poi, voglia la bravura. Allora mi capita di aiutarli a vedere che, semmai, l’invito va nella direzione opposta. Non essere bravi. Essere sinceri. Come viene viene.
“Ma non ci riesco, dottore. È troppo difficile pensare ad alta voce così.”
“Hai ragione,” rispondo spesso. “Non è facile.” Non è nelle nostre abitudini. La vita quotidiana raramente ci offre questa libertà. Siamo continuamente chiamati a scegliere, a precisare, a rispondere nel modo giusto. Persino dal fornaio: “Dimmi cosa vuoi”. Quale pane, quanto, come. Tutto è richiesta di precisione.
Nella stanza delle parole, invece, no. Qui non è necessario. Qui non è richiesto. Qui, semmai, l’invito è: lasciati sognare. Lascia spazio all’immaginazione, alla fantasia, al pensiero che vaga. Al sogno a occhi aperti.
È vero, terapeuti e psicoanalisti sono golosi. Ma non di bravura. Sono golosi di sogni. Golosi di fantasia. E così mi capita di dire: prova. Prova a dire. Poi vedremo insieme dove, quando, come e perché arriva un pensiero che sembra difficile da dire. Magari perché il pudore lo blocca. O perché la vergogna lo zittisce.
Chi fa questo mestiere deve poter garantire bellezza a qualsiasi contenuto della fantasia. Anche ai sogni brutti. Anche a quelli aggressivi, disturbanti, spaventosi. Perché diventano belli nel momento in cui impariamo a considerarli per ciò che sono: parole in una lingua straniera. E una lingua straniera, se tradotta con pazienza, diventa comprensibile.
Ed è lì che arriva il sollievo. Quando ci si capisce tra persone. Ma anche quando, finalmente, si comincia a capirsi da soli. E magari a perdonarsi un sogno, anche quando aveva un contenuto terribile.