“Ho fatto un brutto sogno papà!”

I bambini, quando fanno un brutto sogno, raramente hanno voglia di raccontarlo. Preferiscono voltarsi dall’altra parte, stringere gli occhi, dimenticare in fretta. È comprensibile. Non sanno ancora che il modo migliore per liberarsi di un incubo è proprio quello che più temono: raccontarlo.
Raccontarlo a qualcuno che non si spaventa, a un padre, a una madre capaci di reggere il racconto senza sbiancare, senza correre a spegnere la luce del pensiero. In quei momenti, il genitore potrebbe dire qualcosa di molto semplice, eppure decisivo: “Se me lo racconti, vedrai che io non ho paura del tuo sogno. E allora potrai anche lasciarlo andare”.
Qui i bambini, senza saperlo, ci insegnano una legge generale della vita psichica: molti adulti sono convinti che per dimenticare ciò che ha fatto male sia meglio non parlarne. “Meno ne parli, meglio è”, è un pregiudizio diffuso. Peccato che sia falso.
Ciò che non viene raccontato non si archivia, continua ad esercitare un’azione, anche a occhi aperti.
Il racconto ha una funzione precisa, difatti trasforma l’esperienza passiva in un’azione.
Il bambino non è più lì a subire il sogno; lo sta raccontando usando le parole e mentre parla, accade qualcosa di fondamentale: il sogno smette di essere presente nella stanza e diventa memoria, dunque qualcosa che può essere messo via.
Se è un sogno, e io ne prendo coscienza raccontandolo, allora non sta accadendo davvero. Non c’è il lupo, non c’è il buio e non c’è la minaccia. Ci sono papà e mamma, qualcuno con gli occhi aperti.
Basta poco, a volte: il semplice fatto che il bambino possa dire, appena sveglio: “Ho fatto un brutto sogno”, e trovi accanto a sé un adulto calmo, affettuoso, rassicurante, stabilisce già una realtà. E la realtà, quando è buona, cura.
I bambini sono ancora autorizzati a confondere un po’ il mondo a occhi chiusi con quello a occhi aperti ed è normale. Proprio per questo hanno bisogno di adulti che sappiano stare ben piantati nella realtà, senza ironia, senza paura, ma non senza una buona dose di creatività.
“Se me lo racconti,” potrebbe dire il genitore, “adesso il sogno lo facciamo insieme. Non sei più solo davanti al lupo. Ci sono anch’io. Vediamo se ha ancora tanta forza, questo lupo”.
Il messaggio è chiaro, anche se non viene detto così: non sei solo. Quello che ti spaventa interessa anche a me e lo guardiamo insieme.
È un peccato quando un bambino non riesce a raccontare il proprio sogno. Non solo perché resta solo con la paura, ma perché perde un’esperienza fondamentale: distinguere tra avere gli occhi chiusi e averli aperti, tra il mondo interno e il mondo condiviso e tra il sogno e la realtà.
La psicoanalisi, in fondo, nasce proprio da qui: dal racconto del sogno. Freud lo chiamava la via maestra per l’inconscio, ma la cosa è più semplice di quanto sembri: quando un sogno viene raccontato, viene già interpretato. Interpretare, prima di tutto, vuol dire mettere in scena, come a teatro.
Il sogno raccontato viene recitato e mentre viene recitato, perde sostanza. Il lupo svapora, torna nel mondo a occhi chiusi, dove può restare senza fare danni.
E allora sì, può arrivare il sollievo. Quello vero.
“Che bello, papà. Ora sto meglio!”

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