
“Attenzione a non pretenderne troppa, di ragione.”
È una frase che mi sento di ripetere, ogni tanto, quasi come un promemoria per me e per chi mi sta davanti.
Mi spiego: non tutte le emozioni hanno lo stesso peso. Alcune sono leggere: la gioia, l’allegria, perfino l’entusiasmo. Sono profonde, certo, ma leggere e stanno su come una piuma. Basta un colpo di vento e cambiano direzione. Siamo allegri, poi succede qualcosa che chiede serietà, una notizia improvvisa, una scossa anche solo simbolica, e l’allegria se ne va senza chiedere permesso. Non è una colpa, è la loro natura.
Altre emozioni, invece, hanno peso. L’angoscia, la rabbia, il risentimento e tutto ciò che pesa obbedisce a una legge semplice: l’inerzia. Quando arriva la botta, il movimento non si ferma subito, ma continua. Come una palla da biliardo colpita con decisione: il colpo è un istante, ma la palla percorre strada, rimbalza sulle sponde, magari urta altre palle, prima di fermarsi.
Così funzionano certi moti interiori. Il litigio è la botta, ma il malumore che segue non è un capriccio, è inerzia emotiva. Pretendere che si esaurisca all’istante è come stupirsi che la palla non si fermi subito dopo l’impatto.
In seduta capita spesso. Il paziente racconta, con trasporto, una discussione accesa del giorno prima. Ha le sue ragioni, magari anche buone e aggiunge: “Il giorno dopo ho cercato di chiarire, ma l’altro faceva finta di niente”. Qui, con cautela, mi permetto una sottolineatura, non per negare il bisogno di chiarimento, che è legittimo, ma per segnalare un rischio.
Il rischio è quello della fretta, la pretesa che la ragione sistemi tutto subito, che basti spiegare, chiarire, argomentare perché il peso dell’emozione si dissolva. Ma le emozioni pesanti non obbediscono ai decreti della ragione, hanno bisogno di tempo, di decantare, di rallentare da sole il loro moto.
Desiderare un chiarimento è umano, invece pretenderlo immediatamente, come se il sentimento fosse un interruttore, spesso è controproducente. Non perché l’altro sia in malafede, ma perché l’inerzia è ancora in corso.
La ragione è preziosa, certo, ma non è onnipotente e quando le chiediamo di fare ciò che non le compete, rischiamo solo di aumentare la frustrazione. A volte, il gesto più ragionevole è concedere tempo al peso delle cose, lasciando che la palla faccia il suo giro sul tavolo, prima di fermarsi.