“E vissero felici e contenti”

A volte mi capita di dire al paziente, con una voce che cerco di tenere insieme soffice e ferma:
“Di solito, quando succede questo, c’è dietro una storia che…”.
Quel di solito non è una scorciatoia, ma un gesto di mestiere. Chi fa medicina lo sa bene: se uno cade male e non riesce più a camminare, di solito c’è una frattura. Non è una sentenza, è un’ipotesi fondata. Poi si va a vedere, si prescrivono i raggi, si controlla. Ma quel di solito non è arbitrario, nasce dall’esperienza, dalla ripetizione dei casi.
Lo stesso vale per la sofferenza psichica. Per quanto ci piaccia pensare che il nostro dolore sia unico, irripetibile, originale, la verità è che la sofferenza si ripete. Cambiano le storie, cambiano i volti, cambiano i dettagli, ma la grammatica è sempre quella: angoscia, perdita, paura, colpa, rabbia, impotenza. Non c’è molta fantasia, lì dentro.
In questo senso, permettetemi di dirlo, Tolstoj ha scritto una frase meravigliosa ma, per come la comprendo, sbagliata. Aprire Anna Karenina dicendo che tutte le famiglie felici si somigliano mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, è letteratura di altissimo livello, ma clinicamente non regge. È vero semmai il contrario.
Le fiabe, che sono più sagge dei romanzi, questo lo sanno bene. La storia racconta tutte le prove, le fatiche, le trappole, i draghi, le prigioni, le streghe. Racconta il male in tutte le sue varianti. Poi, quando finalmente il principe libera la principessa e i due fuggono sul cavallo bianco, la narrazione si ferma. Fine. “E vissero felici e contenti.”
Non perché la felicità sia banale, ma perché è indicibile, non chiede spiegazioni, non pretende analisi. Quando c’è, non c’è più nulla di essenziale da aggiungere.
L’infelicità invece chiede parola, la esige e vuole essere raccontata, spiegata, ripercorsa. È per questo che in seduta si parla quasi sempre di ciò che non funziona. È per questo che la prima voce dell’essere umano è il pianto. Fame, freddo, paura; l’infelicità dà voce. La felicità, invece, no. Semmai dà silenzio, o un sorriso.
Anche il linguaggio comune lo sa. Quando diciamo: “Non c’è niente da dire”, di solito vuol dire che va tutto bene. Quando invece c’è da dire, allora qualcosa non va. La felicità è ineffabile, non perché sia proibito parlarne, ma perché non va spiegata: si guarda, si gode, ci si sta dentro.
La sofferenza, invece, va capita, perché si ripete, torna, segue leggi che possiamo riconoscere. Ed è proprio per questo che possiamo, almeno qualche volta, intervenire.
Il mistero appartiene alla felicità.
Il lavoro, quello serio, si dedica all’infelicità.

Lascia un commento