Essere pensati, senza smarrirsi: il confine sottile tra riconoscimento e dipendenza

“So di esistere
perché tu mi immagini.
Sono alto perché tu mi pensi
alto, e sincero perché mi guardi
con occhi buoni,
con sguardo sincero.
Il tuo pensiero mi rende
intelligente e nella tua semplice
tenerezza anch’io sono semplice
e generoso.
Se tu però mi dimenticassi
io morirei e nessuno
se ne accorgerebbe. Vedranno la mia carne
vivere, ma sarà un altro uomo
mediocre, goffo, malvagio – ad abitarla…”

da Aspro mondo. PoesieÁngel González

Sono inciampato quasi per distrazione in questa poesia. Quelle distrazioni fortunate che non chiedono permesso e, proprio per questo, colpiscono più a fondo. L’ho letta una prima volta, poi un’altra ancora, e mi è tornata in mente una frase che conosciamo tutti, forse troppo bene: Cogito ergo sum.
Cartesio, com’è noto, fondava l’esistenza sul pensiero. Penso, dunque sono. Se so di pensare, il pensiero stesso diventa prova della mia esistenza. È un passaggio potente, fondativo, e per molti versi inaggirabile e fin qui, tutto regge.
Eppure, leggendo González, mi è venuta voglia di spostare appena l’inquadratura, guardando la scena da un’altra angolazione: non attiva, ma passiva. Non io penso, ma io sono pensato. In latino suonerebbe così: Cogitor ergo sum. Sono pensato, dunque esisto.
È una formula che Cartesio non ha usato, ma che clinicamente conosciamo bene. Il bambino, prima ancora di potersi pensare, esiste perché qualcuno lo pensa, lo immagina, lo attende, lo riconosce. Viene al mondo già inscritto nel pensiero di un altro. E questo, per un essere umano, non è un dettaglio secondario.
Non stupisce allora che, crescendo, questa matrice resti attiva. Mi è capitato più volte di sentire pazienti dire, magari con un mezzo sorriso che copriva un’angoscia piena: “Parliamoci chiaro, sono o non sono il tuo ultimo pensiero prima di addormentarti?”
Oppure: “Sono il tuo primo pensiero al mattino, quando riapri gli occhi?”
La scena è sempre la stessa: il buio della notte come metafora della morte, il pensiero dell’altro come garanzia di esistenza. Se mi pensi quando la coscienza si spegne e mi pensi quando si riaccende, sono salvo, esisto e allora posso stare tranquillo.
In fondo è proprio ciò che dice la poesia. Se tu però mi dimenticassi, io morirei. Non una morte biologica, ma una morte psichica, una sparizione silenziosa, di cui nessuno si accorge. La carne continua a vivere, ma qualcosa di essenziale viene abitato da un altro. Più povero, più goffo, più spento.
Tutto questo è profondamente vero e allo stesso tempo, delicato. Qui sta il punto: sentirsi pensati è vitale, ma pretendere di esistere solo nello sguardo dell’altro è pericoloso.
Una cosa è dirsi, con leggerezza affettuosa: “Pensami, mi raccomando.” Ed è una frase bellissima, purché resti nel registro del gioco, della tenerezza, dello scambio libero.
Altra cosa è trasformarla, magari senza accorgersene, in una legge ontologica: “Se non mi pensi, io non sono.” In quel momento affidiamo tutta la nostra esistenza all’esterno, la consegniamo interamente all’altro. E l’altro, per quanto amato, non può reggere un compito simile. Nessuno può.
La maturità affettiva, se vogliamo dirla in modo semplice, sta forse qui: nel tenere insieme entrambe le frasi. Penso, dunque sono e pure sono stato pensato, dunque posso essere, senza che una cancelli l’altra, senza che il bisogno di essere riconosciuti diventi una minaccia alla nostra stessa continuità.
Essere pensati è una grazia, ma restare vivi anche quando, per un momento, non lo siamo, è una conquista.

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