Leggere lo sfondo

Rubin, 1921

Ricordo un vecchio esperimento di psicologia percettiva: un’immagine semplice, quasi banale. A seconda di come la guardi, vedi una coppa oppure due volti che si fronteggiano. Figura e sfondo si scambiano di posto senza sforzo. È un gioco ottico, certo, ma anche qualcosa di più.
Perché, nella vita quotidiana, lo sfondo tendiamo a dimenticarlo. Ci concentriamo sulla figura, su ciò che emerge, su ciò che chiede attenzione. Eppure è lo sfondo che rende possibile la figura poiché senza di esso, la percezione non prenderebbe forma, anche quando lo sfondo sembra neutro, insignificante, un semplice fondale.
Mi accorgo che, quando teniamo presente lo sfondo ultimo delle cose, cioè il rischio che esse non siano, che possano non esserci più, anche ciò che è ordinario cambia statuto. Non è un pensiero mio, ma un’intuizione che ho incontrato nell’arte. Mi è stata raccontata, non l’ho letta, ma l’ho sempre trovata potente.
L’ho raccontata in un altro articolo, e non a caso. Un grande pittore invita a immaginarsi tornati in vita per un’ora soltanto, dopo la morte. In quell’ora, dice, una goccia di rugiada basterebbe a commuovere fino alle lacrime. È un modo netto per dire quanto la coscienza della finitezza trasformi lo sguardo sulle cose più semplici.
Quell’ora non va presa alla lettera perché è una metafora precisa, utile a rendere visibile la preziosità di uno sguardo che tiene presente la finitezza. Se la mettiamo accanto all’idea di eternità, di durata infinita, la vita umana diventa quasi ridicola. Un’ora, appunto. Eppure è proprio questa sproporzione che restituisce valore a ciò che vediamo.
C’è anche un altro modo di reagire a questa consapevolezza, quello che dice: se siamo mortali, se tutto è destinato a finire, allora che senso ha? È una tentazione diffusa. Ma è un errore di lettura. Proprio perché siamo mortali, siamo chiamati a essere vivi nel modo migliore possibile. Per noi, e per chi ci sta intorno.
Questo mi fa pensare a un’idea che circola spesso oggi e cioè che la vita quotidiana, con i suoi ritmi ripetitivi, non favorisca la creatività. In parte è vero. Ma solo se guardiamo le cose sempre dallo stesso punto. Se invece cambiassimo lo sfondo, se diventasse possibile decentrarsi, anche il banale potrebbe caricarsi di significato.
Da bambini lo sapevamo fare. Ci mettevamo a testa in giù, con i piedi per aria, e il mondo cambiava forma. Era lo stesso mondo, ma letto in un altro modo. Quel sottosopra produceva stupore, non aggiungeva nulla, ma trasformava tutto.
Forse è per questo che mi viene da pensare che la realtà non si percepisce soltanto. La si legge perché è scritta dagli esseri umani, con i loro linguaggi, i loro simboli, i loro modi di dare senso. E se è scritta, allora può essere riletta in più modi.
I bambini, prima di essere davvero alfabetizzati, inventano il linguaggio che serve loro per figurare il mondo. Lo fanno con una libertà che poi perdiamo. La psicoanalisi, in fondo, ha fatto qualcosa di simile: ha rovesciato lo sguardo, ha ipotizzato che ci fosse un senso proprio là dove il senso comune vedeva solo assurdità e si è messa al lavoro su questo.
Il passaggio dall’inconscio alla coscienza non è un semplice trasferimento di contenuti, ma una trasformazione. Ciò che resta grezzo, non pensato, pesa e fa soffrire. Quando invece si riesce a leggere, a proporre una lettura, accade qualcosa di sorprendente: il peso si alleggerisce. Dove prima c’era solo un blocco informe, compare una figura.
È come nella scultura. C’è un blocco di marmo e qualcuno, col tempo, con fatica, colpendo e ascoltando insieme, tira fuori una forma. Quella forma, all’improvviso, ci incanta. Non perché il marmo non ci fosse prima, ma perché ora sappiamo leggerlo.

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