Il disagio del salutare

C’è un vecchio proverbio che dice che partire è un poco morire. In alcune stagioni della vita, per alcune persone, partire non è stato “un poco”. È stato morire del tutto e non per modo di dire. Se torniamo all’origine delle parole, salus non significa solo salute o saluto, ma anche salvezza, sopravvivenza fisica. Restare vivi.
Questa ambiguità è rimasta impressa nel linguaggio quotidiano. Quando diciamo a qualcuno “mi raccomando, fatti vivo”, non stiamo solo chiedendo una telefonata o un messaggio. Stiamo dicendo qualcosa di più radicale: dammi un segno che esisti ancora, perché, se non lo fai, una parte di me comincia a pensare che tu sia morto.
Le parole non sono mai innocenti. Dicono sempre più di quanto vorremmo e parlano anche quando crediamo di usarle distrattamente. Soprattutto, parlano sopra il preconscio di ciascuno di noi.
È anche per questo che spesso ce l’abbiamo con la memoria perché conservarla sembra faticoso, doloroso, così si insinua una tentazione, un circolo vizioso ben noto: non sei tu che mi lasci, non sei tu che te ne vai. Sono io che ti cancello. Se ti cancello, non soffro. O almeno così mi prometto.
In tutto questo, l’inconscio fa la sua parte, non sempre gentile. Nel tentativo maldestro di proteggerci dal dolore, suggerisce che salutare qualcuno sia una faccenda imbarazzante, quasi insopportabile. Perché? Perché sotto sotto dice: fai attenzione, questo è un addio definitivo. Se lo saluti, lo stai perdendo per sempre.
Detta così suona come un delirio, ma l’inconscio è un po’ delirante. Non ragiona secondo la logica della realtà. È la coscienza che poi prova a tradurre, a elaborare, a rimettere ordine. Ma il nodo resta. Potremmo chiamarlo così: il disagio del salutare.
Se stiamo bene con qualcuno, è naturale provare dispiacere quando ci si separa. Questo dispiacere è sano ed è persino necessario poiché garantisce il piacere del ritorno. Se non ci importasse nulla della partenza, non ci importerebbe nulla nemmeno del ritorno. Il problema nasce quando questo dispiacere viene scambiato per qualcosa di intollerabile.
L’angoscia, che è una grande imbrogliona, entra in scena proprio qui. Sussurra: se cancelli, non soffrirai. Se fai finta che non sia mai esistito, non hai perso niente. Questo è un pensiero molto diffuso, ma anche molto pericoloso.
Il dolore per la perdita è sano. È il certificato di valore di ciò che è stato perduto. Non significa che si debba soffrire all’infinito, ma che si perde di meno ricordando. Il ricordo è l’unico vero risarcimento possibile.
La memoria fa male perché ci mette davanti al tempo che passa. Il giorno di ieri non possiamo più toccarlo, né viverlo. Possiamo solo ricordarlo. E questo comporta un dolore inevitabile, ma insieme al dolore, la memoria ci restituisce qualcosa: ciò che è stato. Ed è questo che mantiene la mente in una zona di sanità.
Accanto, però, sonnecchia sempre l’onnipotenza dell’inconscio, quella voce che dice: se non è mai esistito, allora non ho perso nulla. È lo stesso meccanismo che a volte vediamo nei funerali, quando qualcuno applaude davanti a una bara, come se bastasse cambiare gesto per negare ciò che sta accadendo. Diniego, negazione, facciamo finta che sia un’altra cosa.
I bambini sono autorizzati a farlo. Possono chiudere gli occhi e dire: tu non ci sei. Una volta ho sentito un dialogo tra due bambini di cinque anni. Uno diceva all’altro: “Ti ho visto, so che l’hai fatto”. E l’altro rispondeva: “Io non ti ho visto”. Come dire: se io non ti ho visto, tu non c’eri. E se non c’eri, la tua parola non vale.
È un pensiero delizioso, a quell’età. Diventa un problema quando pretendiamo che abbia il peso specifico della logica adulta. Perché allora non stiamo più proteggendo il dolore, ma stiamo rinunciando alla memoria. E senza memoria, prima o poi, smettiamo anche di essere vivi per davvero.

Lascia un commento