…La vita ci chiama

Ci sono dei momenti in cui la vita ci chiama e lo fa nei modi più disparati.
Ci chiama perché possiamo prenderci cura di noi, occuparci di quel che, acquattato all’ombra della nostra presenza, ancora non sappiamo o non abbiamo compreso, o di qualcosa che non abbiamo mai espresso, né con noi stessi né, tanto meno, con gli altri. Sì, la vita ci avverte… Lo fa non più di 3-4 volte spalmate nell’arco di una intera vita. Ai più fortunati potrà capitare 7, forse 8 volte, ma non di più.
Da cosa possiamo comprendere e riconoscere questo “richiamo”? Come facciamo a capire che proprio a noi si rivolge? Quasi sempre da un disagio nascosto, da una sensazione di stanchezza, di svuotamento, o di insoddisfazione. Oppure l’occasione può venirci da una, più o meno improvvisa, importante perdita o dall’incontro con persone che ci parlano di cose a cui non avevamo magari prestato mai gran orecchio, o di argomenti che all’improvviso ci interessano, senza che mai prima avessimo sentito il bisogno di occuparcene. Talora è un amore inaspettato a richiamare la nostra attenzione, a tracciare la strada da percorrere, scombinando i nostri piani, fino anche a costringerci a fare bilanci. Magari un amore che non rientra nei canoni della persona a cui fino a quel momento ci credevamo interessati.
Insomma, la vita ci chiama per non farci essere come tutti gli altri (da non dimenticare che tutti siamo simili si, ma identici soltanto a noi stessi), per stare alla larga dai luoghi comuni, dai pensieri, dagli schemi precostituiti, da un passato quando aggrappato sul presente, che ci tolgono respiro, anni di vita gioiosa e soprattutto ci impediscono di vivere la cosa più preziosa che abbiamo: la nostra meravigliosa diversità.
Compito non comune e per nulla facile in un’epoca in cui tutti vogliono assomigliare a tutti, in cui il lifting tanto di moda, o i cosiddetti selfie (l’autoscatto) – che nel loro smodato uso sembrano essersi imposti come un vero e proprio comportamento sociale e di massa, peraltro pienamente in linea con l’era tecnologica in cui siamo immersi – ci stanno rivelando che essere autentici è diventata una cosa marginale.

La performance musicale che segue, del pianista e compositore italiano Ludovico Einaudi è dedicata a coloro che hanno pensato (anche se non sanno di preciso come) di fare qualcosa per se stessi. E’ un autore che ascolto e seguo volentieri; non saprei descrivere cosa precisamente renda sintonico il mio pensiero e sentimento in certe situazioni con la sua sensibilità musicale, eppure ho ritrovato delle congiunzioni felici in più di un’occasione, all’ascolto di certi suoi brani in grado di tradurre così bene miei pensieri in musica.
A ciascuno il proprio significato, fosse anche niente.

Buon ascolto!

Una mattina

La paura del buio

Nessun bambino, dico nessun bambino, ma non un neonato, intendo già con qualche annetto e anche più avanti (le bambine poi), entra volentieri in una stanza buia. Ci vuole la manona del genitore ad accompagnarlo/a. Perché?
Se il bambino fosse un adulto scienziato sarebbe tenuto alla neutralità scientifica del “se non vedo non vedo”, e invece no! Se non vedo perché è buio vedo il non, vedo il negativo. Così, il bambino non entra nella stanza buia da solo volentieri perché se non vede, vede “il lupo cattivo”.
E’ un po’ lo stesso principio per cui la “mamma assente” (in rif. alla posizione schizoparanoide di Kleiniana memoria), quindi non visibile in quel momento, la mamma buia per dir così, diventa una strega.
Il buio è l’assenza e l’assenza diventa presenza negativa. D’altra parte spesso nelle fiabe c’è un bambino che si perde nel bosco finché ad un certo momento vede un lumino, lontano lontano e finalmente indirizza i suoi passi verso quella luce che via via si fa sempre più viva e vicina. Ed è la salvezza, poiché finché c’è il buio c’è l’angoscia dell’abbandono.
Eh, siamo fatti così. Per questo – tornando a Freud, diciamo allo stato puro – l’inconscio è prevalentemente un luogo di fantasmi persecutori, perché se non lo conosco lo temo: c’è il lupo nell’inconscio.
Ho imparato a considerare l’interpretazione necessaria oltreché legittima, soltanto nei luoghi della sofferenza, in quelli bui, oscuri, paurosi; in quelli rischiarati dalla luce della felicità, di qualsiasi genere si tratti, non serve, rischia anzi sempre l’interpretazione, di risultare riduttiva.

Respiranza

– “Perché affezionarsi dottore, tanto prima o poi tutti se ne vanno.”, dice Tizio.
– “Perché allora non restare chiusi in casa, che fuori c’è senz’altro più possibilità di buscarsi un malanno?”, rispondo io.

A parte amichevoli constatazioni come questa, che non c’entrerebbero il bersaglio, possiamo constatare che il paziente che si dichiara con questo proposito, sta raccontando che ogni volta che ha perduto un oggetto d’amore non ha incontrato il dolore sano, certificato di valore dell’oggetto perduto, quanto piuttosto l’angoscia. Così non ha mica tutti i torti, tutto sommato, a immaginare una difesa che somiglia un po’ a questa: “Se nei cibi c’è qualcosa che mi fa male, smetto di mangiare.”.
Il dolore sano invece è dolore, ma è sano appunto!, pertanto è opportuno impiegarlo ogni qual volta se ne presenti la necessità. A tal proposito val la pena scomodare proprio nonno Freud quando nel suo saggio “Lutto e Melanconia”, un testo del 1917, – cito soltanto una frase – dice:
E’ peraltro assai rimarchevole il fatto che nonostante il lutto implichi gravi scostamenti, rispetto al modo normale di atteggiarsi di fronte alla vita, non si pensa di considerarlo uno stato patologico e di affidare il soggetto, che ne è afflitto, al trattamento del medico.”
Parola di Freud.
L’angoscia va affidata alle cure, quella sì, sta bene, non il lutto.

– “Ma Dottore io non voglio che la psicoterapia mi faccia riguadagnare la speranza!, (perché – aggiungo io – mi espone alle delusioni)”.
E così mi capita alle volte di rispondere:
-“Stia a sentire, se lei non vuole che io lavori per le sue speranze, mi da il permesso di lavorare per i suoi desideri, i suoi appetiti?” 
Perché poi i desideri sono un altro nome dato alla speranza. Oppure, accetto comunque la sfida, ma faccio notare al paziente una cosa:
– “Caro Sig. Bianchi sa perché sono perplesso sull’accettare questa sua pretesa da me? Lei ha detto che spesso le manca il respiro, le manca il fiato? Bene, allora facciamo così, lavoreremo insieme perché lei possa imparare a respirare a pieni polmoni. Guardi che la speranza si chiama anche “respiranza”.  (…Tiè!!)
Perché la sua strategia è come se mi dicesse: “Senta, lei mi deve togliere l’appetito così posso attraversare il deserto; se mi aiuta a togliere la fame, togliere la sete, non avrò più bisogno di niente e di nessuno, in questo modo potrò anche trovarmi in una condizione dove non c’è cibo, non c’è acqua e sarò in grado di resistere lo stesso”.
Non è possibile.
– “No, lei caro Sig. Bianchi sta dicendo che conta di evitare le delusioni, liberandosi dalle illusioni. Ma non è detto che le speranze siano illusioni.
Ci sono sicuramente delle speranze per loro natura illusorie; per esempio la parola “desiderio” che vuol dire “avvertire la mancanza delle stelle”, eh, certo che è un’illusione, le stelle non le possiamo mica tirar giù dal cielo allungando una mano. Loro stan bene dove sono.
Così lei mi sta forse dicendo che tutte le volte, poche o tante che siano, in cui ha avuto l’occasione di perdere una persona cara o una situazione cara – anche un posto di lavoro è bene saperlo da luogo al lutto – ne ha avuto una sofferenza terribile e non c’era nessuno che se ne accorgesse, nessuno che l’aiutasse a renderla sopportabile. Perché il dolore sano sa, è importante, poichè non è possibile evitare i dolori della vita.
Il dolore si presta alla condivisione e si chiama proprio “condoglianza” quando facciamo riferimento alla partecipazione al dolore di una persona per un lutto che l’ha colpita, e la vicinanza di persone amiche, cari che ci consolano, ci fa bene, ci rende tollerabile questo dolore.
Le persone depresse si voltano dall’altra parte, non vogliono nessuna consolazione. Perciò lei mi sta dicendo che è stato troppe volte lasciato solo di fronte al dolore delle sue speranze perdute, perdute nell’oggetto. Ma la speranza è il nostro stato d’animo che è rivolto a un oggetto, che può essere una persona, un luogo, un obiettivo della vita, ecc. . L’inconveniente che le è capitato è che quando ha perduto l’oggetto, insomma quando ha perso il cibo, ha creduto conveniente di perdere anche l’appetito. Ma la speranza è un appetito.
Certo, quando si perde un oggetto delle nostre speranze c’è un dolore da attraversare, il cosiddetto lutto. Lutto è parola che viene dal latino luctus dal verbo lugere che vuol dire piangere. Per dire che c’è da piangere, ma nessuno è mai morto per un lutto, mentre si può morire per disperazione.
Quindi lavoriamo insieme affinché lei impari a piangere e possibilmente accettando la consolazione di chi le vuol bene. Certo è una ferita, è vero, e le ferite sanguinano, ma non è scritto da nessuna parte che tutte le ferite siano immediatamente mortali. Anche quel taglietto sulla punta dell’indice che potrebbe aver spaventato quel bambino la prima volta che vide il proprio sangue: “Guarda mamma!!!” Ma una mamma che non si spaventa dice: “Guarda, ti farà un po’ di bruciore, ma succede mica niente sai: adesso ci mettiamo un cerotto e vedrai che starai meglio.”

Ora, ho in mente un bambino che era così orgoglioso delle sue ferite che chiedeva d’aver un cerotto anche sul braccio sano. Quel bambino è diventato dottore.

Una promessa che non può essere mantenuta

(Un po’ di teoria delle tecniche di comunicazione tra terapeuta e paziente nell’era delle connessioni veloci).

Penso che chiunque faccia lo stesso mio mestiere, abbia come principio generale quello d’essere disponibile per i propri pazienti, ma non onnipotente e nemmeno onnisciente, nel senso che il luogo della comunicazione è massimamente la “stanza delle parole”. Anche per le comunicazioni relative al setting, vale a dire “vengo…, non vengo..”.
Perché dico questo? Perché, anche una volta sottratta la quota mia personale di antipatia per i “messaggini” (pazienza), credo che la voce viva del telefono o anche del telefonino, sia quella che veramente CI DICE. Perché il tono della voce con cui la paziente dice: “Ma io vorrei disdire ecc.”… intanto le comunicazioni di mancata seduta è bene farle in viva voce. Seconda cosa, deve essere l’eccezione, e cioè: “Perbacco è crollato il ponte sul Po, eh come faccio ad attraversarlo ed essere in tempo alla seduta?!”. Insomma, normalmente “Non verrò venerdì alla seduta” per esempio, ci può stare (poi vedremo se va pagata o non va pagata ecc.), però è una comunicazione che andrebbe fatta di persona, faccia a faccia.
Ora non credo di esagerare, ma specialmente noi giovani terapeuti tendiamo a consentire credo – sicuramente anche per stare al passo coi tempi – un uso eccessivo di questi mezzi d’informazione. In che senso eccessivo? Perché la modalità “messaggio” ci mette di fronte al fatto compiuto. Mentre al telefono si può dire: “Senta, va bene, se lei dice che non può venire venerdì, io ne prendo nota, vuol dire che ci rivedremo lunedì”, col telefonino, arriva un messaggino, poi la tentazione è quella di rispondere con un altro messaggino, e poi cosa facciamo, come coi cioccolatini? Ora, già nutro qualche dubbio sull’utilità di certo messaggiarsi al posto che sentirsi in viva voce; può avere senso (relativamente) farlo tra persone amiche o legate da affetto, con i pazienti francamente preferirei di no perché fa una promessa, sì il telefonino contiene in se per tutta l’umanità badate bene, una promessa che non si può mantenere. La promessa è: “Io per te ci sono sempre”, che non è reale, non è realistico, tanto meno vero.
Ho saputo da fonte autorevole che la curva incrementale della vendita dei telefonini a partire dagli anni’ 90 con annessi e connessi e la curva incrementale degli attacchi di panico che si presentano al pronto soccorso sono parallele. Ora questo non basta, statisticamente sappiamo che tale parallelismo non è una prova, ma solo un indizio. Di che cosa è indizio? Della diffusa difficoltà a tollerare l’attesa. La gente non vuole, non sa più aspettare, perché ha avuto la promessa della presenza costante.
Risultato: io chiamo il mio fidanzato, lui non mi risponde, “Oddio il mio amore è morto!” Oppure, lui mi chiama io non rispondo perché impegnata, e lui penserà che io sia morta. Adesso estremizzando un po’ il vissuto, ma posso assicurare che certa gente se li vive per niente bene “banali incidenti” come questo.
L’attacco di panico, mi è stato insegnato, ha un nome troppo fortunato, si chiama angoscia abbandonica, perché tutti i bambini del mondo la cosa che più temono non sono le botte (quelle fanno male, anche tanto, ma per picchiarmi ci devi essere, devi esser qui accanto a me) quanto piuttosto l’essere abbandonati. Per tutti, nessuno escluso, – compresi gli ex bambini che non sopportando l’abbandono ammazzano la femminuccia e poi si ammazzano – questo ha a che fare con un mancato allenamento ad attendere.
E così TUTTO SUBITO, o per dirla come ce la continuano a proporre sotto varie forme in pubblicità: LIFE IS NOW! Emerita e grossolana coglionata. La vita è adesso? No! La vita non è solo adesso, è troppo breve l’“adesso” per garantire significato alla vita. La vita è storia, memoria e speranza. E’ passato e futuro.
(fine del predicozzo)

Tutto questo per dire anche che se e quando un paziente dovesse incontrare il mio silenzio ad un suo messaggino, di non interpretarlo come atto di scortesia.

 

 

“Non ci riesco dottore, è troppo difficile per me pensare come lei dice.”

La cosiddetta regola fondamentale psicoanalitica fu una trovata a mio dire geniale, perché al paziente non viene proprio per niente chiesto d’essere bravo, d’impegnarsi, nel senso che generalmente s’intende. Quell’invito a lasciarsi pensare ad alta voce come viene viene vuol dire in altre parole: “Tu mi interessi, qualsiasi cosa ti venga alla mente e dalla mente alla voce”.
Questa regola d’impronta freudiana, è la forma più semplicemente critica della bravura e della pretesa.

  • “Io non pretendo niente, ti invito, ti auguro, di darti la libertà qui, io comunque te la consento, anzi sono partigiano della tua libertà, caro paziente. Quindi non chiedo la bravura, perché davanti al professore, che ne so di matematica, ci è chiesta la bravura di dimostrare, eh, con precisione il teorema di Pitagora, ma qui c’è un lasciarsi dire che è altra cosa dal “Parlami bene di questo, questo e quest’altro” ”.

Un buon terapeuta, o analista insomma è un “genitore” che non chiede, è una “mamma” che non chiede al suo bambino/a di essere bravo/a. Oh sì, più avanti sì che ci vuole, perché imparare a farla nel vasino richiede appunto bravura, ma i bambini hanno diritto prima di tutto d’esser trovati belli, ossia ben voluti gratuitamente.
Spesso i pazienti hanno timore che anch’io voglia da loro la bravura, così li aiuto a riflettere sul fatto che semmai li invito, viceversa, a esser sinceri…come viene viene.

  • “Ma non ci riesco dottore, è troppo difficile per me pensare come lei dice, a voce alta come viene viene.”

  • “E’ vero – rispondo io – non è così facile perché non è nelle nostre abitudini, il nostro quotidiano raramente ci offre questa libertà; dobbiamo dire o fare con precisione questo, poi questo, poi quello, a partire dalla scelta di che tipo di pane chiediamo al fornaio: “Dimmi cosa vuoi?” insomma.”

Invece nella “stanza delle parole” no, non è necessario né richiesto. Piuttosto: “Lasciati sognare..”. La cosa buona e bella è proprio questa libertà dell’immaginazione, della fantasia, del sognare “ad occhi aperti”.
Vero è che terapeuti, psicoanalisti sono golosi, sì lo sono, ma non di bravura, bensì dei sogni, golosi della fantasia. E così mi capita di dire:

  • “E’ vero che non è così facile, ma io le suggerisco di provarci, lei ci provi. Vedremo insieme, dove, quando, come e perché, arriva un pensiero che lei pensa sia difficile da dire, magari perché il pudore lo vieta e se ne vergogna, ecc.”.

Dunque, chiunque faccia questo mestiere deve poter garantire bellezza a qualsiasi contenuto di fantasia; anche i “sogni brutti” diventano belli se noi impariamo a considerarli come parole in lingua straniera che, sapientemente interpretate, siamo capaci di tradurre in un linguaggio comprensibile. E allora che sollievo no?! quando ci si capisce tra persone, ma anche che sollievo quando si capisce se stessi e si arriva a perdonarsi il sogno, anche quando abbia avuto un contenuto terribile, o aggressivo.

 

La “nostra” Storia Infinita

Le passioni umane sono una cosa molto misteriosa e per i bambini le cose non stanno diversamente che per i grandi. Coloro che ne vengono colpiti non le sanno spiegare, e coloro che non hanno mai provato nulla di simile non le possono comprendere. Ci sono persone che mettono in gioco la loro esistenza per raggiungere la vetta di una montagna. A nessuno, neppure a se stessi, potrebbero realmente spiegare perché lo fanno. Altri si rovinano per conquistare il cuore di una persona che non ne vuole sapere di loro. E altri ancora vanno in rovina perché non sanno resistere ai piaceri della gola, o a quelli della bottiglia. Alcuni buttano tutti i loro beni nel gioco, oppure sacrificano ogni cosa per un’idea fissa, che mai potrà diventare realtà. Altri credono di poter essere felici soltanto in un luogo diverso da quello dove si trovano e così passano la vita girando il mondo. E altri ancora non trovano pace fino a quando non hanno ottenuto il potere. Insomma, ci sono tante e diverse passioni, quante e diverse sono le persone.”

In una maniera chiara e condivisibile questo estratto, da La Storia Infinita di Michael Ende, rende omaggio credo al versante non prevedibile che è in ogni essere umano.
E’ una questione proprio di ordine filosofico; la prendo da lontano.

Come sarà la prossima appendicite, la prossima frattura del femore, la prossima influenza, la prossima depressione, la prossima psicosi paranoide, lo sappiamo già noi del mestiere. Eh, come dire: “ Vista un’appendicite, viste tutte!”.
Il male, cioè, ha modalità ripetitive da persona a persona; a grandi linee certo, non in maniera meccanica, però sostanzialmente sì. Le malattie sono prevedibili nei loro meccanismi, soprattutto dopo gli ultimi due secoli di pensiero medico.
Invece nessuno può dirci come sarà il prossimo grande poeta, come sarà il prossimo immortale compositore di musica che vince il tempo, come sarà il prossimo grande pittore o scultore: questo non è prevedibile.
Perché non lo è? Perché mentre la Scienza è per tutti, come mi ha ripetuto più volte colui che mi ha insegnato cose come queste,  l’Arte è per ogni singola persona, e fa riferimento a quel versante della persona umana, il versante sano, che non è ripetibile. Io non potrei dire mai: “Visto il signor Rossi, visti tutti”, o “vista la signora Bianchi viste tutte”. No! perché il signor Rossi è quello lì, unico e irripetibile, e così dicasi della signora Bianchi. Per tutto l’universo dei tempi e degli spazi non ci sarà una fotocopia di quest’uomo o di questa donna, ne di ciascuno di noi.
Questo significa che l’essere umano è titolare anche di “mistero”, e il mistero non è replicabile: il mistero è mistero, punto e basta. Non lo conosciamo, e certo l’appendicite è appendicite ed è per nostra fortuna ripetibile da persona a persona, ma come il signor Rossi e la signora Bianchi saranno abitati da quella patologia che è ripetibile, questo non ci è dato saperlo. Si potrà fare esperienza di chirurgia dell’appendicite, ma non si può fare esperienza della singola persona, unica e irripetibile.
La clinica è questo omaggio, laddove Kline dal greco vuol dire “mi inchino/ mi inclino” a rispettare questa unicità che è la persona.
Quello che noi, quando sufficientemente addestrati, possiamo prevedere è la patologia (il negativo) a grandi linee, ma insomma abbastanza pronosticabile. Non sarà invece mai prevedibile la singolarità, la misteriosità a cui ogni singolo essere umano ha pur diritto.

Si potrebbe concludendo dire che la vita in generale è qualcosa al pari di un “romanzo fantastico” e che la “storia è infinita” un po’ per tutti.

P.S. Un omaggio alla bellezza di uno dei miei maestri, dott. Gino Zucchini, da cui ho imparato molto sulla Scienza e Arte insieme, Psicoanalitica.

“Ho fatto un brutto sogno papà!”

Solitamente i bambini non hanno piacere di raccontare gli incubi o anche brutti sogni, quando capita loro di farne, preferiscono dimenticarli alla svelta. Non sanno che la maniera migliore per dimenticare il brutto sogno è proprio quella di raccontarlo a un papà, a una mamma in grado di non spaventarsene.
In quella occasione il genitore potrebbe rivolgersi al figlio più o meno in questo modo: “Se tu lo racconti a me vedi che io non ho mica paura del tuo sogno, e a quel punto te lo potrai anche dimenticare.”
Spesso proprio qui i bambini ci danno testimonianza di una cosa molto comune. La gente pensa che la cosa migliore da fare per dimenticare sia non parlare di ciò che ha spaventato, rattristato, o fatto soffrire: eh, non è così.
E’ solo il racconto che ci permette di archiviare questa o quella brutta vicenda. Se il “sogno” non viene archiviato continua a funzionare anche a occhi aperti.
Il racconto allora consente di rievocare il sogno attraverso le parole che il bambino racconta al papà; allo stesso tempo è tramite il racconto che ne fa ad occhi aperti e non sta più vedendo passivamente il suo sogno, ma lo sta raccontando appunto, proprio questo permetterà lui di archiviarlo. In fondo, se è un sogno e ne sto prendendo coscienza, non accade mica nella stanza!
Per la verità, come dicevo sopra, è un pregiudizio molto diffuso. Spesso si sente dire: “Meno ne parli meglio è, così te lo dimentichi”, eppure non è così. E questo naturalmente non vale soltanto per quel che concerne il sognare.
In ogni modo, il solo fatto che appena svegliato il bambino/a possa dire: “Papà, mamma ho fatto un brutto sogno!”, e un attimo dopo trovare accanto a lui un genitore tenero, affettuoso, rassicurante è poi questo quello che conta.
I bambini sono autorizzati a fare una differenza ancora un po’ fragile tra Sogno e Realtà. Un genitore sveglio, tranquillo che sa rassicurare il proprio bambino/a non è un sogno, è la realtà pertanto risulta di per se efficace.
– “Che poi se lo racconti il sogno tesoro mio, nel mentre, lo fai fare anche a me il sogno; allora non sarai più da sola davanti (che ne so?) al lupo che ti è capitato di sognare, ora c’è anche il papà qui, voglio vedere come se la cava il lupo che ti ha spaventato!”
In altre parole: “Che tu lo sappia, siamo tutti interessati, e dunque non sei sola/o”.
Perché è un peccato quando il bambino – poi poverino ha anche il diritto di difendersi come può – non riesce a raccontarci il suo sogno?
Perché intanto se l’avesse raccontato avrebbe fatto l’esperienza di che cosa vuol dire avere gli occhi chiusi, rispetto ad averli aperti, davanti a un papà o a una mamma che a sua volta hanno occhi e orecchie aperti, e avrebbe inoltre sperimentato il sollievo: “Ah papà che bello che ci sei tu: tiè brutto sogno!”
L’interpretazione psicoanalitica ha come modello il racconto del sogno. Non è che Freud lo dica esplicitamente, ma quando afferma che i sogni e la loro interpretazione sono la via maestra per l’inconscio in fondo sta dicendo la cosa più banale dell’universo; che nel momento in cui il sogno lo racconti a qualcuno, lo interpreti, nel senso che ha la parola interpretare.
In teatro no? l’attore recita, il sogno raccontato viene recitato. Mano a mano che il bambino/a recita, racconta il sogno del lupo, questi svapora, torna nel mondo ad occhi chiusi cessando di essere presente in quello ad occhi aperti.
E così: “Che sollievo papà!”.

Il giusto peso

– “Attenzione a non pretenderne troppa di ragione”.
Mi spiego meglio.
Alle volte ci capita di non tenere conto a sufficienza che emozioni come l’allegria, la gioia sono leggere. Noi siamo allegri, ma se dovesse arrivare ad esempio una scossa di terremoto addio allegria, no? Diversamente, emozioni negative come angoscia e collera hanno un peso, e tutto ciò che ha peso ha una sua inerzia, la quale fa continuare per un certo tempo il movimento di la dalla “botta” che l’ha provocato.
Se al biliardo noi colpiamo il pallino, la botta è lì: boom!, ma il pallino ne percorre di strada per inerzia; arriva alla sponda poi torna indietro, magari fa in tempo a colpire altre palle prima di fermare il suo movimento.
Qualcosa del genere accade anche alle persone in presa diretta con i loro “moti interiori”.
Mentre la gioia e l’allegria sono cose leggere, profonde ma leggere come una piuma, e quindi se cambia il vento può cambiare in fretta anche il loro “verso”…in altre parole siamo capaci di allegria, ma se ci capita qualcosa per cui è richiesta una lacrima, c’è poco da ridere! Viceversa non è così per le emozioni a carattere negativo che hanno un loro peso; il peso è inerziale cioè dura dopo la botta che l’ha generato. Come il pallino sul tavolo del biliardo di cui poco prima facevo l’esempio, appunto.
In questo senso mi capita di far notare al paziente che racconta con infervoramento di un litigio o incomprensione di cui magari può avere anche ragione di lamentarsi con l’altro/a, sostenendo che non ha senso il giorno dopo far finta di niente. Sì, può essere opportuno riprenderlo fuori proprio perché qualcosa invece è accaduto. Tuttavia faccio notare perlomeno un rischio (senza ovviamente presentarlo con alcuna certezza), ossia che egli pretenda troppo presto di chiarire e alla svelta quel malumore provocato dal diverbio del giorno prima, in modo da non farlo durare. Ragionevole se è un desiderio, ma se pretesa allora il rischio è che non se ne ottenga l’effetto sperato.

“E vissero felici e contenti.”

A volte mi capita di dire al paziente in una maniera soffice ma solida: “Di solito quando succede questo c’è dietro una storia in cui…”.
Chiunque professi la medicina è autorizzato a usare il termine “di solito” con parole del tipo: “Di solito quando non si riesce a camminare dopo una brutta caduta è perché c’è una frattura; purtroppo potrebbe essersi fratturato l’osso…in genere accade questo. Bisogna andare a vedere, pertanto le prescrivo i raggi, ecc.”.
Con ciò faccio riferimento al fatto che la sofferenza non è poi così
misteriosa, si ripete insomma. In fondo una frattura, vista una, viste tutte; non ha nulla di originale, e volendo, in senso più allargato, potremmo anche dire che non siamo originali nelle nostre sofferenze.
Su questo punto c’è un clamoroso errore di Tolstoj che comincia quello tra i suoi romanzi più conosciuti,
Anna Karenina, più o meno con queste parole: “Tutte le famiglie felici si somigliano; non così le famiglie infelici.”, come se ciascuno pretendesse d’essere infelice a modo suo. Non è così!!
Le fiabe, a tal riguardo, sono sagge, e come finiscono generalmente?
Il racconto della favola prevede tutte le traversie, le magie, le fatiche, le minacce, le battaglie che il giovane principe deve affrontare per arrivare finalmente a liberare la principessa prigioniera del castello incantato guardato a vista da una coppia di leoni feroci o da un grosso drago sputa fuoco. Quando poi i due sul cavallo bianco insieme fuggono verso la felicità ed il futuro, non c’è più niente da dire. La fiaba termina con queste parole: “E vissero felici e contenti.”.
E’ dunque la felicità a non richiedere parole perché non c’è più nulla (di essenziale) da aggiungere, mentre è l’infelicità che richiede la narrazione. Ne fa richiesta poiché i fatti possono essere diversi, ma
l’infelicità è sempre la stessa: angoscia, dolore, paura, violenza, malattia, ecc. . Nulla di nuovo.
Quindi non è vero che tutte le famiglie felici si somigliano, in quanto ognuno felice lo è a modo suo, in maniera misteriosa. E davanti al mistero lo
scrittore si deve fermare. Egli ha da lavorare finché c’è del male, mostrando semmai la natura ripetitiva dell’infelicità umana.
Si può descriverla la felicità, ma non va spiegata. E per descriverla bastano poi quattro parole: “Vissero felici e contenti”, questa è operazione che ha ancora senso fare.
La prima voce dell’infante – e non solo umano, anche del mammifero superiore – è per l’infelicità. Per fame, freddo, paura, il bambino piange. E’ dunque l’infelicità che da luogo alla voce. Se ci pensiamo bene, ciò di cui si parla è quasi sempre qualcosa che non funziona.
Poi si può anche parlare del:
“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand’ella altrui saluta, ecc.” intendo solo dire che potrebbe anche non essercene bisogno, tanto meno ritengo che non ci sia da guadagnarci a essere felici, no!! Piuttosto, non c’è da dire nulla, semmai da goderne alla vista!!
Anche il linguaggio comune contiene questa
verità; quando si dice: “Oh, non c’è proprio niente da dire su…” vuol dire che va tutto bene, no? Quando invece c’è da dire significa che c’è qualcosa che non va. E’ per questo credo che si parli di felicità ineffabile. La parola “ineffabile” dal greco vuol dire “indicibile”. Non che non se ne possa parlare quindi, semplicemente non va spiegata: è misteriosa, c’incanta.
E questo dovrebbe bastarci.