“E vissero felici e contenti.”

A volte mi capita di dire al paziente in una maniera soffice ma solida: “Di solito quando succede questo c’è dietro una storia in cui…”.
Chiunque professi la medicina è autorizzato a usare il termine “di solito” con parole del tipo: “Di solito quando non si riesce a camminare dopo una brutta caduta è perché c’è una frattura; purtroppo potrebbe essersi fratturato l’osso…in genere accade questo. Bisogna andare a vedere, pertanto le prescrivo i raggi, ecc.”.
Con ciò faccio riferimento al fatto che la sofferenza non è poi così
misteriosa, si ripete insomma. In fondo una frattura, vista una, viste tutte; non ha nulla di originale, e volendo, in senso più allargato, potremmo anche dire che non siamo originali nelle nostre sofferenze.
Su questo punto c’è un clamoroso errore di Tolstoj che comincia quello tra i suoi romanzi più conosciuti,
Anna Karenina, più o meno con queste parole: “Tutte le famiglie felici si somigliano; non così le famiglie infelici.”, come se ciascuno pretendesse d’essere infelice a modo suo. Non è così!!
Le fiabe, a tal riguardo, sono sagge, e come finiscono generalmente?
Il racconto della favola prevede tutte le traversie, le magie, le fatiche, le minacce, le battaglie che il giovane principe deve affrontare per arrivare finalmente a liberare la principessa prigioniera del castello incantato guardato a vista da una coppia di leoni feroci o da un grosso drago sputa fuoco. Quando poi i due sul cavallo bianco insieme fuggono verso la felicità ed il futuro, non c’è più niente da dire. La fiaba termina con queste parole: “E vissero felici e contenti.”.
E’ dunque la felicità a non richiedere parole perché non c’è più nulla (di essenziale) da aggiungere, mentre è l’infelicità che richiede la narrazione. Ne fa richiesta poiché i fatti possono essere diversi, ma
l’infelicità è sempre la stessa: angoscia, dolore, paura, violenza, malattia, ecc. . Nulla di nuovo.
Quindi non è vero che tutte le famiglie felici si somigliano, in quanto ognuno felice lo è a modo suo, in maniera misteriosa. E davanti al mistero lo
scrittore si deve fermare. Egli ha da lavorare finché c’è del male, mostrando semmai la natura ripetitiva dell’infelicità umana.
Si può descriverla la felicità, ma non va spiegata. E per descriverla bastano poi quattro parole: “Vissero felici e contenti”, questa è operazione che ha ancora senso fare.
La prima voce dell’infante – e non solo umano, anche del mammifero superiore – è per l’infelicità. Per fame, freddo, paura, il bambino piange. E’ dunque l’infelicità che da luogo alla voce. Se ci pensiamo bene, ciò di cui si parla è quasi sempre qualcosa che non funziona.
Poi si può anche parlare del:
“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand’ella altrui saluta, ecc.” intendo solo dire che potrebbe anche non essercene bisogno, tanto meno ritengo che non ci sia da guadagnarci a essere felici, no!! Piuttosto, non c’è da dire nulla, semmai da goderne alla vista!!
Anche il linguaggio comune contiene questa
verità; quando si dice: “Oh, non c’è proprio niente da dire su…” vuol dire che va tutto bene, no? Quando invece c’è da dire significa che c’è qualcosa che non va. E’ per questo credo che si parli di felicità ineffabile. La parola “ineffabile” dal greco vuol dire “indicibile”. Non che non se ne possa parlare quindi, semplicemente non va spiegata: è misteriosa, c’incanta.
E questo dovrebbe bastarci.

Cogitor ergo sum

“So di esistere
perché tu mi immagini.
Sono alto perché tu mi pensi
alto, e sincero perché mi guardi
con occhi buoni,
con sguardo sincero.
Il tuo pensiero mi rende
intelligente e nella tua semplice
tenerezza anch’io sono semplice
e generoso.
Se tu però mi dimenticassi
io morirei e nessuno
se ne accorgerebbe. Vedranno la mia carne
vivere, ma sarà un altro uomo
– mediocre, goffo, malvagio – ad abitarla…”

da Aspro mondo Poesie di Ángel González

Un po’ per caso sono inciampato su questa bella poesia e ho pensato che… dunque…che a volte può venir buono ricordare quella famosa frase di cui Cartesio ne fu l’autore: “Cogito ergo sum”.
Egli sosteneva appunto che l’esistenza si fondasse sul pensiero. In breve, se io so che sto pensando, proprio il fatto che sto pensando è la garanzia che sono, che esisto. E fin qui va bene.
Tuttavia, credo sia interessante considerare anche la forma passiva; lui filosofo sembra non l’abbia fatto, possiamo farlo noi. In latino la frase passiva sarebbe: “Cogitor ergo sum”, sono (stato) pensato, quindi esisto; che è prezioso, poiché il bambino esiste proprio perché viene pensato, riconosciuto, ecc.
Perché è importante guardare alla cosa pure da questo vertice? Perché mi è capitato di sentire più volte miei pazienti, ma non solo, esagerando dire ad esempio: “Parliamoci chiaro, sono o non sono il tuo ultimo pensiero prima del sonno che spegne anche la memoria?! E così anche sono o non sono al risveglio, il tuo primo pensiero, sì, quando recuperi la lucidità con la luce del sole?! Se sono l’ultimo e il tuo primo pensiero agli estremi del buio della notte (che poi è l’immagine della morte) allora sto bene, sono tranquillo, perché sono vivo. Sono pensato, dunque sono”.
Appunto! Ma si tratta di non esagerare, tutto qui.
Così, una cosa è il piacere di sentirsi dire, – ma insomma si dice anche – “Ciao, dobbiamo salutarci, sta arrivando il treno… pensami, mi raccomando.” (Cogitor ergo sum), ma è cosa da usare giocosamente. Quando, viceversa, la prendiamo alla lettera (“Non esisto se non mi pensi”) corriamo il rischio di mettere a repentaglio la nostra esistenza affidandola tutta per intero ai nostri dirimpettai. E non è un gran vantaggio.

Fragilità e dintorni

–  “IO NON SONO ALL’ALTEZZA!”

Quando è presente nella persona – giovane o adulta che sia – questo sentimento di fragilità, per definizione cresce l’ansia, la quale ci fa credere che se metteremo dei paletti ben precisi, negli appuntamenti, nelle telefonate, ecc., saremo più sicuri (e aggiungerei pure, ci sentiremo dalla parte del giusto!).
In realtà non facciamo che aumentare la probabilità dei, così scherzosamente definibili, “disappuntamenti”. Cos’è il disappuntamento?
– “Te l’avevo detto che alle 15.15 sarei stato libero e tu non mi hai chiamato…perché dopo io non ci sarei più stato!”
I disappuntamenti nascono dall’ansia, dall’insicurezza e fanno credere che ci si possa difendere aumentando la precisione dei tempi, fino al minuto spaccato; quando aumentare la precisione dei tempi significa invece accrescere le probabilità da una parte e dall’altra di non incontrarsi. Non sarebbe più semplice dire: “Senti, ci sentiamo stasera” o che ne so, “Ci telefoneremo domani a una certa ora, se non ti trovo riproverò più tardi.”? Evidentemente, non sempre è così.
Lui o lei a questo punto dice: “No, ma io c’ho una finestra, sono libero dall’ora tale all’ora tale…”.
Ora, è anche vero che con i miei pazienti sono obbligato a dire: “Sentite, se mi volete trovare in viva voce dovrete chiamarmi all’ora tale”, ma il resto della vita, che dovrebbe poter essere sotto il segno di una certa reciproca libertà, morbida, soffice, non è…la libertà non è tagliente, fatta di segmenti rigorosi, di angoli acuti, ecc. .
A dire il vero in situazioni come queste, il rischio è quando la persona si richiama e chiama il compagno/a alla pariteticità: – “Ma lei non è paritetica come invece sono io; lei fa così mentre io faccio cosà, insomma io cercavo con quel mio disappunto, di rivendicare la pariteticità.”
La lascio dire finché credo di aver capito di che si tratta, e a quel punto faccio notare che la pariteticità si gioca a un livello più alto, e non “Se tu commetti un errore (ritenuto tale) dai anche a me il diritto di commetterlo”. Che è poi – capita tutti i santi giorni – traducibile in quel famoso: “E tu allora??!!” Non è un buon motivo perché ci si imiti a vicenda per quelle cose che sanno di sbaglio.
E così più si cerca la precisione, più s’incrementa il dubbio che può arrivare a diventare certezza delirante: “Ho capito perché tu non mi hai risposto, è perché in quel momento stavi chattando con quell’altro/a, ecc. .”
Perciò, quando sento il rischio che possa essere accaduto qualcosa del genere mi faccio sentire un po’ dubbioso riguardo all’uso di quel sistema che non solo permette di telefonare e che abbiamo imparato a chiamare smartphone, con tutto il suo seguito di applicazioni (whatsapp, Facebook, Instagram,e compagnia bella)…e poi, maledettamente, sono gratuite queste diavolerie, non costano nulla.
Una piccola parentesi a tal proposito. Ritengo che le cose debbano costare, perché da qualche parte siamo sempre inclini a far coincidere il costo con il valore. Non è così naturalmente, però siamo anche fatti così. Di conseguenza quel che è gratuito non ha valore, e rischia di essere percepito come insignificante. Insomma, quando i mezzi di comunicazione non costano niente si prestano all’abuso: “Tanto non mi costa niente”. Appunto!
In questo senso – e chi scrive lo sa bene di stare dicendo un’eresia che non mi sarebbe mai perdonata da nessun mercato – abbassare i costi delle cose, tanto adesso per produrre un telefonino ci vuol niente, distribuirlo ormai è anche leggero, sta in tasca pertanto non sono previsti neppure tanti costi di trasporto; insomma costa sempre meno. Ti fornisce sempre più cose, sempre più rapidamente e sempre a minor prezzo e con minor spazio: ripeto, sta in una tasca. Tutto il mondo in una tasca! A me non par cosa sana, poiché fa una promessa in questo caso di onniscienza che è del tutto fasulla. Perché se noi siamo immersi in un bla, bla, bla, nel suo rumore non siamo più in grado di cogliere “la parola giusta al momento giusto”, la musica buona rispetto a ciò che è rumore. Così, questa precisione dei tempi di appuntamento, a volte ho il sospetto che faccia del male alle persone poiché incrementa i reciproci sospetti, la sospettosità in generale.
Ebbene, ci sono notizie sì, che sta bene raccontarsele fresche, ma fresche è una cosa, urgenti è un’altra. Per intenderci, se l’effetto è: “Ma dov’eri, perché non mi hai chiamato?!” vuol dire che era urgente, ossia che c’era dell’ansia dietro.
Sostengo questo in quanto la freschezza è tollerante; non solo, ma la cosa migliore che può capitare dopo un felice amplesso amoroso che è semplicemente felicità condivisa, è addormentarsi, sì dormire, entrare nel sonno portandosi l’eco di quel che è appena stato che diventerà anche sogno.
Il fatto che a qualcuno venga la tentazione di controllare, di dettagliare i tempi: “Com’è che non mi hai chiamato? Dov’eri??, ecc.”, ecco davanti all’ennesimo “Non mi chiami mai!” credo sarebbe meglio non giustificarsi, non difendersi precisando magari con frasi del tipo: “Ma no che t’avevo chiamato, ecc.”, meglio lasciar perdere questa strada tutta in salita. Piuttosto, quanto meglio starebbe un bel: “Sai cosa succede quando non ti chiamo? È che ti sto pensando…mi basta a volte anche pensarti per stare bene.”
L’amore non è capace solo di godere delle presenze carnali, ma anche delle distanze, della memoria, del ricordo, della fantasia. E se e quando si pensa di progettare la vita insieme, a maggior ragione occorre saper abitare nell’animo proprio anche le distanze, come abitiamo nelle reciproche presenze fisiche.
Concludendo, conviene addestrarsi alle distanze.
Mi è stato riportato che Paul Verlaine, il poeta “maledetto” francese, per restare in tema asseriva che l’idea, cioè il pensiero, fosse gloria di un desiderio lungo, paziente.
Pertanto, questa ansia che alle volte trasuda da certi discorsi che sento fare, ansia degli appuntamenti con la punta….attenzione! la parola APPUNTAMENTO ha la punta e le punte: “Ahi che male!”  L’appuntamento quindi, contiene dolore e se sto male, certo che ho urgente bisogno che tu mi risponda, ed io sapendo che tu stai male ho bisogno a mia volta di sentirti per rassicurarti…Gli appuntamenti pungono insomma! Quelli amorosi non dovrebbero avercela, quanto piuttosto la pacifica pazienza dell’attesa dal momento che è nell’attesa che pregusto il tuo arrivo, la tua voce, il tuo volto.

 

Comprendere non vuol dire giustificare

Quando c’è di mezzo la coazione a ripetere intergenerazionale (nello specifico, che genitori hanno avuto i genitori del paziente che si ha in cura, ecc.) la cosa si fa necessariamente complessa. Naturalmente quando si esaminano gli errori, le responsabilità e ahimè, qualche volta anche le colpe, esiste sempre un po’ il rischio del fraintendimento.
Si sente dire a un certo punto: – “Eccoli qui i soliti, psicologi, psicoanalisti! Siccome capiscono tutto, giustificano tutto”.
Eh no! Il pensiero medico quando scopre, capisce che la glicemia elevandosi da luogo al diabete, spiega il diabete, non è che lo giustifica anzi, proprio quella spiegazione, quella comprensione serve per intervenire terapeuticamente. Insomma, “comprendere l’appendicite” vuol dire operarla con tanto di bisturi, intendiamoci!!
Dico questo perché talvolta i miei pazienti mi sentono dire: “Beh bisogna anche considerare che la storia è verticale, di generazione in generazione e quindi papà e mamma a loro volta, ciascuno per conto proprio avranno avuto la propria storia, i propri genitori fatti in un certo modo, ecc. .”
Purtroppo quando si usa questo argomento in sede, non tanto propriamente clinica, ma che ne so, in una lezione, o in una conferenza, si rischia spesso il fraintendimento; come se noi fossimo buonisti. E invece no! Gli errori sono errori e come tali meritevoli di critica o denuncia e si può “spiegare” che il papà e la mamma ognuno a modo suo non abbiano fatto appieno ciò che era desiderabile che accadesse. Si può spiegare anche con la loro storia, ma SPIEGARE, COMPRENDERE un fatto, ci tengo a sottolinearlo, non significa PERDONARLO. Al contrario, è il criterio, il metodo per cambiare le cose, per interrompere – per quanto umanamente possibile –  questa sequenza intergenerazionale nei lati, nei capitoli in cui questa sequenza non fu, diciamo, particolarmente felice. Semmai, può essere delicatamente importante imparare dalla Nostra Storia a prendere il buono ovunque sia e a lasciar cadere il cattivo ovunque sia.
Si dice “la vita è complessa”, è vero, è complessa per tutti, ma proprio per questo siamo impegnati a riconoscere gli errori altrui e nostri, si capisce! per vedere se e quanto sia possibile fare e far fare ragionevoli passi in avanti.

Sei sempre il solito!

Ci state a fare una proposta di legge?! Mettiamo una tassa sulle parole sbagliate.
…Il problema poi è la verifica.
Le parole da tassare sono queste: tutte le volte che nel discorso comune – diciamo nelle liti anche piccole, così il governo guadagna anche di più – compare il SEMPRE e il MAI (“Sei sempre il solito!”) oppure il TUTTO e il NIENTE (“Non fai mai niente e a me poi tocca fare tutto!”): basterebbe anche solo un eurino.
In effetti c’è poco da fare, sono parolette che allontanano la verità, in quanto nella realtà del mondo non c’è il “sempre” così come non c’è il “mai”. E non c’è il tutto.
L’universo dov’è che finisce? Adesso poi parlano di pluriversi. E il “niente”, prima di arrivare a scoprire il vuoto atmosferico son passati millenni e millenni; quindi il “niente” e il “tutto” sono concetti puramente matematici, astratti. Eppure usati nel concreto falsificano la Realtà e la Verità. Quindi: tassa!
La sola maniera di tollerare nel discorso animato, animoso, parole come sempre, mai, tutto, niente, ecc. è quella di mostrarne la non rispondenza al vero. Potremmo dire “molto” al posto di “tutto”, oppure “quasi sempre “o “quasi mai”, insomma mettere dei correttivi. Allora si può anche quantificare quante volte, fare le percentuali, ecc. .
Insomma, finché la gente non impara a dubitare in modo sano sarà facile incorrere nel rischio del non intendersi, è questa la questione.
A tal proposito, il dubbio ossessivo non dovrebbe chiamarsi dubbio, quella è una certezza travestita da dubbio. Purtroppo il linguaggio dei filosofi non entra dappertutto poiché il dubbio degno del nome è il dubbio filosofico, quello che si coniuga bene con quell’altro concetto, il mistero.

Puniscimi, tanto io a sanguinare sono abituata!

L’inconscio quando confuso è in attesa di coscienza in grado di ripulire e rimettere ordine.

Pensavo a quelle cartoline con un bambino che regge un bastone dietro la schiena e dopo aver legato attorno a questo un sacchetto pieno di cose, va da solo verso il mondo. Tale figura fa riferimento alla favola a doppio senso dell’abbandono, ma anche “non sei tu che mi abbandoni, sono io che me ne vado”. È una rappresentazione di ambivalenza: farò in modo di negare il bisogno che sento di te.
Il bisogno tuttavia c’è e finché non diventa desiderio (a tal riguardo un mio insegnante userebbe dire: “con i desideri si gioca, con i bisogni non si scherza”) c’è di mezzo l’angoscia, la colpa, la colpa anche d’essere felici.
Finché non si smonta questo teorema, fin tanto che la felicità e viceversa anche i momenti di dolore non perdono il carattere del o tutto o niente, del sempre o mai più, ecc., rischiano anziché di essere ospitate come ospitiamo in cielo il sereno, che poi tanto arrivano le nuvole, ma poi tornerà il sereno, come è d’uso nella fisiologia del cielo… fino a quando, diciamo il “relativo” si ammala di “assoluto” allora, da una parte – restando all’interno della metafora – si pretenderebbe il cielo perfettamente e sempre sereno, dall’altro lato ci si dispera delle nuvole come se fossero sempre e soltanto destinate ad oscurare un cielo destinato a non mostrare mai più il sereno.
La realtà della vita contrariamente, ci permette di leggere queste cose come alternanze fisiologiche di capacità di gioia, ma perché no, anche capacità di dolore, di tristezza.
Quando si rompe qualcosa è lì che c’è la tentazione dell’onnipotenza al negativo: “ti voglio più vedere!”.

Da tenere presente, sempre.

Chi fa il mio stesso mestiere è indotto alla modestia.
Sì, le fobie – per citarne una a caso – si somigliano tutte, ma Tizio fobico è Tizio, identico solo a se stesso e potrebbe non avere nulla in comune con Caio, fobico a sua volta ma in altro modo, ecc.
Questo ci suggerisce il gusto della modestia, ossia il piacere di non dover essere onniscienti o di non dover dimostrare chissà che cosa. Questa la ragione per cui le nostre parole sono sempre (così dovrebbero) col punto interrogativo:
– “Ma non sarà per caso che…”, poiché l’ultima parola non spetta a noi, spetta al paziente, al quale noi facciamo un regalo.
È un regalo sì, perché mettere parole profumate dove c’erano parole puzzolenti: “Ah finalmente si può respirare!”, e il paziente non deve più sentirsi costretto a tapparsi il naso con le orecchie.

Al cuor non si comanda

Non so che scrittore abbia detto che siamo messi in modo tale che la nostra felicità molto facilmente costa infelicità per qualcun altro; ed è abbastanza vero.
Qualsiasi innamorato/a respinto perché il cuore del destinatario di tale sentimento è occupato per qualcun altro, eh, se avevo questo desiderio, e rimane vuoto, allora c’è il dolore. Questo è un fatto; c’è il dispiacere, e alle volte l’angoscia dell’abbandono addirittura. Umanamente universale.
Ciò che abbiamo il diritto/dovere di non ritenere obbligatorio è la COLPA, poiché al cuore non si comanda.
Noi abbiamo il diritto/dovere di comandare l’azione, la volontà, il fare, l’andare, il venire, il non fare, ma lo stato dell’animo nostro non lo possiamo comandare. Il nostro sentire lo possiamo solo interrogare; così come non possiamo impedirci di sentire freddo afferrando una palla di neve con le mani nude, o che ne so, impedirci di avvertire la gioia del palato per un cucchiaio di budino al cioccolato. Allo stesso modo non possiamo comandare al cuore: “Sii felice cuore mio!” o viceversa “Sii infelice”.
Se non abbiamo questo potere, ed è indubbio che non ci appartiene, ciò ha una conseguenza logica, psicologica e psicoanalitica aggiungerei pure: non abbiamo colpa. Poiché la colpa è connessa al fare una cosa o al non farla, ma non abbiamo colpa di sentire freddo o il bruciore: lo subiamo.
Ecco tutto.

 

Sei felice?

La felicità obbligatoria è una delle trappole più insidiose. Io suggerirei alle persone, così, di abolire una domanda molto semplice.
C’è una figlia (o figlio) fresca di matrimonio che va a trovare la zia a cui vuol bene ecc., la domanda che viene poi spesso fatta in occasioni come questa è: “Sei felice?”. Personalmente preferisco il banale “Come stai?”.
Se poi ci fosse mai qualche dubbio in merito, non chiederei mai: “Sei felice?”, quanto piuttosto “Sei capace di felicità?” cioè, “La vita e te stessa ti danno il permesso…sei libera, capace di felicità?” Non dunque se “sei felice”, ma se “sei capace di esserlo”. E se non lo sei vediamo perché.
Allo stesso modo:

– “Sei capace di correre?”

– “Oddio, sto zoppicando.”

– “Beh, vieni qui che vediamo allora come è fatta questa storta al piede che te lo impedisce”.

Non dunque “Perché corri?”, bensì “Cos’è che ti fa male?” insomma.
Senza esagerare per la verità, perché poi non vorrei risultare un po’ pignolo con questa argomentazione, era solo per precisare che la felicità non è una condizione permanente, meno che mai obbligata. Essa è misteriosa, l’importante è saperla cogliere quando l’occasione la favorisce.
Per metafora, sta più nell’appetito che nel cibo. Se c’è buon appetito diventa buonissimo anche pane e salame; viceversa se l’appetito è ghignoso (per qualsiasi ragione disturbato) non funzionano neanche le ostriche più costose.