“Sei felice?”

La felicità obbligatoria è una delle trappole più insidiose che conosco, di quelle che sembrano gentili e invece stringono. Per questo, se potessi, suggerirei una piccola riforma del linguaggio quotidiano. Abolire una domanda semplice, apparentemente innocua: “Sei felice?”.
Immaginiamo una figlia, o un figlio, da poco sposati. Va a trovare una zia a cui vuole bene. Si abbracciano, si siedono, bevono un caffè. E arriva la domanda. Puntuale. “Sei felice?”.
Io, lo confesso, preferisco il banale “Come stai?”. È una domanda più umana, meno inquisitoria, lascia spazio.
Se proprio avessi un dubbio, non chiederei mai “Sei felice?”. Chiederei piuttosto: “Sei capace di felicità?”. Che è tutt’altra cosa. Vuol dire: “La vita, così com’è adesso, ti lascia spazio? Tu sei libera abbastanza da poterla riconoscere, quando passa? Non mi interessa sapere se sei felice. Mi interessa capire se puoi esserlo. E se non puoi, allora vale la pena fermarsi a vedere perché.”
È un po’ come chiedere: “Sei capace di correre?”
“Oddio, sto zoppicando.”
“Allora vieni qui. Vediamo cos’è questa storta che ti impedisce di correre.”
Non si domanda: “Perché non corri?”. Si guarda cosa fa male e si parte da lì.
Lo stesso vale per la felicità. Essa non è una prestazione, uno stato permanente e, soprattutto, non è un dovere. È qualcosa di misterioso, intermittente. L’importante non è pretendere che ci sia sempre, ma saperla cogliere quando le condizioni la rendono possibile.
Per metafora, la felicità sta più nell’appetito che nel cibo: se c’è buon appetito, anche pane e salame diventano una festa. Se l’appetito è guasto, disturbato, arrabbiato per mille ragioni, non funzionano nemmeno le ostriche più costose.
Ecco perché la domanda giusta non è “Sei felice?”.
Ma: “Cosa ti permette, o ti impedisce, di esserlo?”.
Il resto viene dopo. Quando viene.

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