Quando la differenza conta

Nelle separazioni conflittuali, soprattutto quando ci sono bambini piccoli, c’è un punto che torna sempre. È delicato, scivoloso e spesso fa infuriare i padri (e ha pure un senso): fare la differenza tra madre e padre, in certe fasi precoci della vita, non è un’ingiustizia. È un dato di realtà.
A un certo livello, quando i bambini sono molto piccoli, c’è poco da discutere. Madri si nasce, padri si diventa. Non è uno slogan, né una svalutazione, ma un dato di fatto. La gravidanza è un’esperienza che addestra, nel corpo prima ancora che nella mente, a una competenza primaria. I padri quella competenza la acquisiscono dopo, gradualmente, spesso a partire dal linguaggio, dal gioco, dalla relazione che si costruisce nel tempo.
Questo non rende i padri meno importanti, li rende diversi. E la differenza, quando viene riconosciuta, non toglie nulla. Quando viene negata, invece, crea solo conflitto.
Purtroppo non tutti lo capiscono: ci sono giudici che lo sanno tenere presente e altri no. E allora si assiste a scene surreali con tempi divisi col bilancino, orari scanditi al minuto, al secondo, come se i figli non fossero persone, ma oggetti da sezionare in parti perfettamente uguali.
I bambini, però, non funzionano così: non crescono a frazioni, non si adattano ai calcoli aritmetici degli adulti, ma hanno bisogno di continuità, di sicurezza, di riferimenti stabili. E questo, soprattutto all’inizio, pesa più della simmetria.
Uscire dai pregiudizi è faticoso e richiede un lavoro su di sé, rinunciando a una parte di rabbia, di rivendicazione, di orgoglio ferito. Ma è un lavoro necessario per recuperare quote di pace, di serenità, perfino di tolleranza. Non è buonismo, ma realismo.
Perché una cosa è certa: con la pace, in queste vicende, abbiamo tutti da guadagnarci. Con la guerra, invece, perdiamo tutti. E a perdere di più, sempre, sono quelli che hanno meno strumenti per difendersi: i bambini.

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