Mi prendo qualche riga per una precisazione che, a forza di essere data per scontata, rischia di perdersi.
L’amore non può essere spensierato, almeno non nel senso profondo del termine. L’amore è pensoso, non cupo, non angosciato. Pensoso. Cioè abitato dal pensiero, dalla responsabilità, dalla domanda sull’altro e su di sé.
La spensieratezza ha un suo posto nella vita, e guai se mancasse. È una forma di respiro, di gioco, di sospensione, ma riguarda una giocosità di superficie, quella che non è chiamata a reggere la coerenza nel tempo. È un modo leggero di stare nelle cose, legittimo, finché resta lì.
Ci sono ambiti in cui si può giocare, essere spensierati, cambiare senza troppe conseguenze. E ce ne sono altri che non lo permettono: l’amore è uno di questi. Non perché debba essere pesante, ma perché chiede continuità, chiede di pensare ciò che si fa, ciò che si dice, ciò che si promette.
Quando si tenta di vivere l’amore come se fosse solo spensieratezza, qualcosa prima o poi si incrina. Perché l’amore, quello vero, non sopporta di essere trattato come un passatempo. Chiede presenza, attenzione, pensiero. E questo, lungi dall’impoverirlo, è ciò che lo rende vivo.