Perché l’imprevisto può diventare angosciante? La domanda è buona, e merita di essere presa sul serio. L’imprevisto ha due facce: quando è positivo, è una sorpresa che apre alla meraviglia, perfino alla felicità; quando è negativo, invece, diventa una brutta sorpresa, ci coglie impreparati e, quando è così, l’angoscia trova terreno fertile.
Dal punto di vista clinico, nel mio mestiere, la questione non è eliminare l’imprevisto, cosa impossibile, ma imparare a misurarne il peso specifico, perché non tutti e non per tutti gli imprevisti pesano allo stesso modo.
Nevroticamente, per esempio, un ossessivo o un depresso può vivere come una tragedia prendere sette invece di otto e mezzo in matematica. È chiaro che, a quel punto, sono costretto a entrare nel merito, negli esempi concreti, nella narrazione del paziente, perché se tutto diventa catastrofe, nulla lo è davvero.
Il terremoto, invece, è un’altra faccenda: è imprevedibile, punto, e non c’è tecnica che tenga. Ricordo ancora la vicenda giudiziaria legata al terremoto dell’Aquila, quando in primo grado furono condannati i periti che non avevano dato l’allarme. Una balla colossale. In appello, infatti, quella sentenza fu annullata, perché i terremoti, oggi, non sono prevedibili e proprio per questo sono psicotizzanti.
Si potrebbe dire, senza forzare troppo, che il terremoto è “schizofrenico” cioè va contro natura. L’idea che la madre terra uccida i suoi figli non trova posto nella mente. Infatti, quando la terra smette di tremare, capita che alcune persone continuino a farlo dentro: tremano loro, fino ad allucinare la scossa. Così un vetro che vibra al passaggio di un autobus viene vissuto come l’inizio di una nuova catastrofe.
Ma l’addestramento all’imprevisto non comincia con i terremoti, comincia molto prima, nella culla.
Il lattante si addormenta dopo l’ultima poppata convinto che la mamma sia lì, per sempre. Poi può capitare che si svegli e non trovi nessuno, così strilla forte, come solo i neonati sanno fare. Non è detto che abbia fame o freddo. Il punto è un altro: “Non siamo d’accordo così. La mamma doveva essere qui”.
Lo stesso accade più avanti, quando mettiamo a letto un bambino, gli cantiamo una ninna nanna, gli raccontiamo una favola. A un certo punto chiama: “Mamma? Papà?”. E noi rispondiamo: “Sì, sono qui”. Aspettiamo che il respiro si regolarizzi, che il sonno arrivi, poi, in punta di piedi, ce ne andiamo. Ma basta una tossetta, un risveglio improvviso, il buio, il silenzio. Altro imprevisto, altro strillo.
Col tempo, se tutto va bene, le figure genitoriali vengono interiorizzate. Mamma e papà sono con me anche quando non ci sono. Posso svegliarmi di notte senza essere preso dal terrore.
Se ci facciamo caso, per molto tempo il bambino ha l’impressione che i grandi non dormano mai. Quando lui si addormenta, loro sono svegli e quando lui si sveglia, li trova già in piedi. Per questo, quando c’è una festa, gli adulti a tavola, le luci accese, i bambini crollano dal sonno ma lo negano con decisione: “Io? Non ho sonno!”. È una questione di immagine. “Sono grande anch’io”.
Il tema dell’imprevisto, allora, prima ancora del contenuto, ha a che fare con l’onniscienza. Per il bambino, i grandi sanno tutto, prevedono tutto. Un po’ come Dio.
E Dio, così come lo abbiamo pensato, è fuori dal tempo. Per Lui un istante e un’eternità coincidono. Come potrebbe avere imprevisti?
Quando l’imprevisto ci angoscia, in fondo, è perché ci ricorda che non siamo onniscienti, che non controlliamo tutto e questa rinuncia all’onnipotenza costa sempre. Ma è anche il prezzo dell’essere umani.