Se provo a ridurre all’essenziale ciò che le persone chiamano paura, nelle sue forme più diverse, mi trovo spesso a tornare su un punto semplice e poco spettacolare.
Che si tratti di una minaccia fisica, di una perdita, di un pericolo improvviso o di un’angoscia più sfumata, emerge un nucleo comune che non cambia molto da una situazione all’altra.
Questo nucleo ha un nome antico: si chiama abbandono.
La paura prende molte forme, ma il suo centro resta sorprendentemente stabile. Non è solo il danno possibile a spaventare, ma il rischio di restare soli di fronte a quel danno; l’idea che, nel momento in cui qualcosa accade, non ci sia nessuno a cui rivolgersi.
Quando questo timore si attiva, anche eventi piccoli possono assumere una proporzione più ampia.
Per questo, fin dall’inizio della vita, compare un gesto che ha una funzione precisa.
Non è complesso, né tecnico e non richiede spiegazioni articolate. Si traduce in due parole: “sono qui”.
Chi ha avuto a che fare con un neonato lo conosce bene: il bambino si sveglia, piange, chiama senza parole. La madre, o chi ne fa le veci, arriva e parla. Parla a qualcuno che ancora non parla, rivolgendosi a lui come se potesse capire, come se fosse già dentro il linguaggio. In questo gesto c’è qualcosa di decisivo. È un investimento, non un errore. È come dire: tu ancora non puoi parlare, ma io parlo con te perché riconosco in te questa possibilità.
La voce precede il linguaggio del bambino, ma non è inutile. Anzi, è fondativa. Non serve a spiegare il mondo, ma a segnalare una presenza. “Sono qui” è una condizione e non è una semplice informazione. Significa: non sei solo mentre senti ciò che senti.
Se si osserva bene, la rassicurazione non passa dal contenuto delle parole, ma dal fatto stesso che qualcuno le pronuncia. La madre può anche dire frasi semplici, ripetitive, a volte persino incoerenti. Ciò che conta è che la voce arrivi, che tenga il filo, che accompagni il passaggio dall’angoscia alla possibilità di calmarsi.
Questa esperienza resta, come una traccia, anche quando non la ricordiamo. Per questo, nella vita adulta, la paura si riattiva spesso nello stesso punto: non tanto nel rapporto con l’evento, ma nel rapporto con la solitudine. E, allo stesso modo, anche la possibilità di contenere la paura passa ancora attraverso la presenza.
Nel lavoro analitico mi capita di incontrare questo punto in modo molto diretto. Ci sono momenti in cui la persona non chiede una spiegazione, un’interpretazione, un senso complesso.
Dice semplicemente: ho paura.
In una seduta particolarmente tesa, qualche tempo fa, mi è stato detto proprio così. Senza aggiunte. Senza difese. “Ho paura, dottore”. In quel momento, ogni parola in più avrebbe rischiato di spostare il problema, di allontanarlo da ciò che stava accadendo.
Ho risposto con la cosa più semplice che avevo a disposizione: “sono qui”.
Non è né una formula, né una tecnica. È solo un modo di stare. Significa accettare di non riempire subito lo spazio con spiegazioni e, allo stesso tempo, non lasciare l’altro solo dentro ciò che prova.
È una posizione che richiede misura, perché non invade e non si ritrae.
Se si guarda bene, gran parte del lavoro consiste in questo: offrire una presenza sufficientemente stabile perché l’altro possa attraversare la propria esperienza senza esserne travolto. Non si elimina la paura, ma la si rende condivisibile. E quando la paura diventa condivisibile, perde una parte della sua forza.
Dire “sono qui” non risolve i problemi né cambia i fatti, ma modifica la condizione in cui quei fatti vengono vissuti. E, a volte, questo è ciò che permette di restare.