Ci hanno insegnato, in molti modi diversi, che ribellarsi al destino è inutile, e lo hanno fatto attraverso racconti che portano sempre allo stesso punto, cioè alla caduta dell’eroe, alla conferma di una traiettoria già scritta, alla sensazione che tutto, in fondo, fosse previsto.
Se però ci si ferma davvero ad ascoltare la voce di Ulisse, senza limitarsi alla trama ma entrando nel suo movimento interno, non si coglie rassegnazione, ma altro. Una forma di ostinazione che non ha nulla di grandioso, ma è profondamente umana. In essa ci sono ingegno, fatica e soprattutto un orientamento, che è quello del ritorno.
Ulisse non ha mai vinto contro il destino. Non ha piegato gli eventi al proprio volere, non ha evitato gli errori, non ha aggirato le perdite. Eppure non si è mai ritirato dalla propria storia, facendo qualcosa di più difficile, perché meno appariscente: ha abitato ciò che gli accadeva.
Abitare il destino non significa accettarlo passivamente, ma neppure combatterlo come se fosse un nemico esterno. Significa restare dentro ciò che accade, anche quando non lo si è scelto e trovare, dentro quel margine stretto che sempre resta, una possibilità di posizione. Tempesta dopo tempesta, infatti, Ulisse non cambia il mare, ma cambia il modo di starci.
Questo movimento è molto vicino a ciò che accade nella vita psichica. Le persone arrivano spesso con l’idea che il lavoro consista nel modificare il destino, nel cancellare ciò che è stato, nel raddrizzare ciò che appare storto. Col tempo, se il lavoro tiene, accade uno spostamento più sobrio e più profondo. Non si tratta più di cambiare la storia, ma di poterla abitare.
Abitare la propria storia significa trasformare ciò che non si è potuto scegliere in qualcosa che, almeno in parte, può essere pensato, detto, riconosciuto. Non è una vittoria, ma un passaggio di posizione da spettatori a partecipanti.
L’illusione più resistente, infatti, è quella di potersi collocare fuori, come se si potesse osservare la propria vita senza esserne implicati e non quella di ribellarsi al destino. Questa posizione, purtroppo, non esiste. Anche il ritiro, anche la rinuncia, anche il silenzio sono modi di stare dentro la scena.
Per questo, a volte, il lavoro non consiste nel trovare una via d’uscita, ma nel riconoscere che si è già dentro, e che proprio lì, dentro ciò che accade, si gioca la possibilità di una forma.
Ulisse torna a Itaca non perché ha sconfitto il destino, ma perché non ha mai smesso di attraversarlo. E, attraversandolo, ne è stato trasformato.
Questo, nella sua semplicità, resta un compito umano. Non evitare il viaggio, non dominarlo, ma imparare a starci.