Quando finisce un amore…

Quando si lascia un uomo o una donna che ci amano ancora, mentre noi più, ecco qui spesso incontriamo un fenomeno assolutamente comunissimo: mettere colpa al posto del dolore.
Adesso, per spiegarmi recito la parte di colui/ei che avendo lasciato non è ancora capace di dire quello che adesso io dirò, ma non ho altro mezzo per spiegarmi meglio.
Caro/a compagno/a mi dispiace tanto, ma veramente tantissimo perché quando ci siamo incontrati non è stato il dottore o il carabiniere a metterci insieme. Ci siamo messi assieme perché ci volevamo bene e volerci ci faceva stare bene. Ora però per onestà, come faccio a fare finta?! Non conviene neanche a te aver accanto una donna (o uomo) che finge, che recita un amore che non c’è più…e questo mi dispiace tantissimo.”.
Ecco il punto, questo è un dolore sano, mentre la colpa è nevrotica poiché si fonda sul potere di cambiare il cuore, costringendolo a battere per qualcuno per cui ha smesso e magari da un bel po’.
Per questo spesso in simili frangenti ci sono persone che “si sforzano” e non poco alle volte.
Il perdono presuppone la colpa. Prenderlo dall’esterno, beh, qua e là può anche servire, in ogni modo i bambini hanno diritto d’essere perdonati, cioè di ricevere comunque il regalo (per-donare vuol dire regalare) che poi è l’amore, anche dopo aver fatto cose sbagliate e da rimproverare. L’adulto, invece, se non impara a perdonarsi da solo non è efficace il perdono che gli viene dall’esterno.
Non a caso nella religione cristiana il Perdono si chiede a Dio; Lui è così grande e onnipotente che può perdonare (lavare via i peccati), ma noi come facciamo?
Siccome tu sei peccatore (colui che lascia) e io (colui che viene lasciato) non posso “perdonarti”, allora fingo di perdonarti tentando nel frattempo di rassegnarmi ai fatti. Insomma sulla scena descritta, il pericolo è che da una parte ci sia un’esibizione di sovrana capacità di perdono che è poco realistica in quanto, come dicevo poc’anzi, solo il Padre Eterno può arrivare in questo modo. Dall’altra parte c’è comunque la colpa perché perdono e colpa sono collegati: l’uno ratifica l’altro e viceversa.
Quello che sembra mancare tanto spesso invece, su queste scene di crisi amorose, ciò che fa difetto è il DOLORE SANO. Esso ci fa dire: “Mi dispiace tanto, ma tanto sai, ma non ti incolpo e non m’incolpo”, anche in virtù del riconoscimento che l’Amore è qualcosa di ampiamente misterioso.
Noi possiamo decidere di annaffiare e concimare la rosa che abbiamo nel vaso con la terra, ma non siamo noi a decidere se la rosa crescerà o fiorirà.
Insomma è in questione il riconoscimento di un discreto grado di passività di fronte al sentire. Poi, certo il coltivare quello sì è un atto di volontà, perché bisogna pur coltivare la rosa se vogliamo che continui a crescere e fiorire, ma questo è altra cosa. Noi abbiamo il potere di coltivare non quello, per così dire, di afferrare la piantina piantata nel vaso e tirarla su con le nostre mani. Non c’è costrizione.
L’amore inteso come sentimento non può essere comandato. Comandata può essere la cura, l’accudimento, la nutrizione; il Sentire non è ne merito ne demerito: è un miracolo.
Unico dovere che abbiamo semmai è quello di riconoscere la natura del sentire e rispettarla, e dentro di noi e dentro il nostro prossimo.

Arrivederci

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